di Antonio Devicienti

«La vera conoscenza non è una scienza – è, piuttosto, una via di uscita. Ed è possibile che questa coincida oggi con una tenace, lucida, svelta resistenza sul posto» – Giorgio Agamben Allegoria della politica nella rubrica on line pubblicata nel sito della casa Editrice Quodlibet “Una voce” dell’8 marzo 2025.
Torno ad affidarmi a una delle poche voci libere ancora degne di essere ascoltate, quella di Giorgio Agamben, anche se facilmente dimentico che chi muore massacrato in varie parti del mondo o chi viene deportato o imprigionato ingiustamente possiede, comunque, una voce cui non si può né si deve essere sordi.
Nel buio che infittisce occorre conservare ed esercitare lucidità e chiarezza di giudizio, probabilmente è giunto anche il momento di scelte coraggiose che pensavamo non saremmo stati costretti a fare dato l’assetto democratico del nostro e di molti Paesi occidentali – ma la pressione autoritaria cresce quotidianamente ovunque, talvolta assume il volto della repressione aperta e violenta, più spesso s’insinua subdola e sfuggente, inavvertita nelle cose della vita di ogni giorno.
Lo studio e il pensiero, spesso dileggiati o considerati “inutili” e soffocati nell’enorme baraonda social e nell’esaltazione delle “magnifiche sorti e progressive” da parte di un sistema economico palesemente nemico della libertà, della giustizia sociale e dell’ambiente, restano, tenaci, quello che ci conserva umani.
«Per chiunque abbia occhi per vedere, è […] evidente che gli stati in cui viviamo sono entrati in una situazione di crisi e di progressivo, inarrestabile disfacimento di tutte le istituzioni. In una simile condizione, in cui la politica scompare e cede il posto all’economia e alla tecnologia, è fatale che i cittadini divengano di fatto esuli nel loro stesso paese. È questo esilio interno che occorre oggi rivendicare, trasformandolo da una condizione passivamente subita in una forma di vita scelta e attivamente perseguita. Dove i cittadini hanno perduto persino la memoria della politica, a fare politica sarà solo chi nella sua città è in esilio. Ed è solo in questa comunità degli esuli, sparsa nella massa informe dei cittadini, che qualcosa come una nuova esperienza politica può qui e ora diventare possibile» scrive sempre Agamben il 7 novembre 2024 (L’esule e il cittadino). Non bisogna dimenticare mai che si rischia di perdere la propria libertà senza neanche avvedersene – e quando ci se ne dovesse accorgere potrebbe essere già troppo tardi.
Una comunità di esuli sparsi nel corpo stesso della massa informe
sarebbe lievito, non snobistica élite, sia chiaro, ma nascosto lievito,
speranza. Scintille nel buio.
