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Rispetto della proporzione. Tra palestinesi e israeliani, quando si tratta di fare uno scambio di prigionieri, gli israeliani appaiono i più generosi: se per esempio i palestinesi rilasciano quattro israeliani, gli israeliani in cambio rilasciano duecento palestinesi. Pertanto, chi si potrebbe meravigliare se i palestinesi il 7 ottobre 2024 hanno ucciso 1200 israeliani e gli israeliani in cambio hanno ucciso 70.000 palestinesi? Nessuna vendetta, solo il rispetto della proporzione!
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Predazione. Il sociologo Pino Arlacchi, Con Trump ritorna l’impero coloniale, ne “Il Fatto quotidiano” del 14 gennaio 2025, p. 17: “Con Trump, l’America torna alle sue radici profonde. Che non sono imperiali nel senso di una pretesa di governo del pianeta, ma coloniali. La differenza tra imperialismo e colonialismo non è di poco conto. L’imperialismo è universale. Il colonialismo è nazionale. Con tutta questa storia di annettersi Canada, Panama e Groenlandia – e di dare magari un colpetto al Venezuela che “siede su una montagna di petrolio che noi dobbiamo pagare”– Trump non sta facendo altro che richiamare in vita l’istinto di predazione del loro continente che ha mosso i suoi primi predecessori.”. La distinzione di Arlacchi sembra piuttosto anodina. L’universalità dell’imperialismo, infatti, non è che una pretesa di governare il mondo, per es. esportando ovunque la democrazia, i diritti umani, la libertà, ecc.; nel colonialismo c’è meno ipocrisia, una maggiore rozzezza, ma il fine è lo stesso: la predazione. Trump, dunque, non si nasconde dietro la foglia di fico del buon governo del mondo, ma dichiara, ancor prima di assumere la carica, di volerne predare una buona fetta. [Scritto prima del 20 gennaio 2025]
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Esperimento con l’intelligenza artificiale (IA). Colto da un eccesso di narcisismo, chiedo all’IA di farmi un ritratto di Gianluca Virgilio. Non ti dico quante belle e lusinghiere parole, nel giro di pochi istanti, mi sono pervenute. Forse solo Dante Alighieri ne avrebbe meritate altrettante! Ho finalmente capito quel che provava Pasifae andando a nozze nella vacca dedalica!
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Decennale della morte di Mario Marti. Il 4 febbraio scorso è caduto il decimo anniversario della morte di Mario Marti (1914-2015). Quanti lo hanno conosciuto e ne hanno seguito il magistero sanno che non era una persona facile, il suo carattere lo portava spesso all’intransigenza, temperata appena nella fase finale della sua vita centenaria. Fu il grande conservatore delle lettere salentine, di un Salento non chiuso nell’ambito provinciale, ma aperto all’Italia e al mondo. Non amava le avventure, se non quelle della Storia, con la S maiuscola, alla luce della quale unicamente le opere umane acquistavano un senso. Fu in un pomeriggio sciroccale, nuvoloso e ventoso, che lo seguii per l’ultima volta insieme agli amici, dalla sua casa leccese di Via Ritucci fino alla chiesa di San Lazzaro, dove fu officiato il rito funebre. Finiva un’epoca, il secolo lungo di Mario Marti.
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La parola vera e ragionevole. In tempi nei quali non si sa bene che cosa sia vero e che cosa falso, Marco Pacini, La verità è un’isola, in “Aut Aut”, 404, dicembre 2024, ci suggerisce un criterio per tenere desto il nostro senso critico: “Propongo – egli scrive – di individuare in via prioritaria due Verità e di chiamarle “economia“ e “computazione” (p. 35). Si tratta di Verità che abbiamo a tal punto introiettato da non scorgerne lo strettissimo legame con un potere (quello del neuro-tecno-capitalismo) sempre più totalitario”. Ovvio che la maiuscola della parola Verità serva qui a evidenziarne l’intrinseca menzogna, poiché, come Pacini spiega, l’economia non è una scienza (p. 36) e “la computazione non è neutra”, ma nasconde “il potere esercitato da un manipolo di società del neuro-tecno-capitalismo padrone del cloud.”. Il cloud, ovvero la rete di server remoti, collegati tra loro e operanti come un unico ecosistema. La soluzione? ““far giocare” la parola vera e ragionevole all’interno della polis” (p. 37). Alla parola, dunque, mentre ne abusiamo in tutti i modi, chiediamo di rifondare la polis.
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Ricordo d’infanzia. Che cosa pensava il bambino seduto nel suo scanno quando il sacerdote, dopo aver bevuto al calice e distribuito le ostie dalla pisside, prima di riporli nel tabernacolo, li ripuliva entrambi col manutergio? Com’era possibile che un sacerdote si riducesse a compiere atti che al bambino ricordavano le faccende domestiche cui attendeva la madre dopo pranzo e per giunta con scarsa igiene (né acqua né detersivo vedeva utilizzato sull’altare)? Ma dal silenzio della navata centrale, dove tutti i fedeli pazientavano che il prete terminasse la sua opera, egli deduceva che doveva esserci una ragione superiore, misteriosa e indicibile, che la sua breve esperienza quotidiana non era in grado di spiegare: il mistero dell’Eucarestia.
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Guerra. Quel bell’ingegno un po’ bizzarro di Carlo Dossi (1849-1910) nel suo zibaldone dal titolo Note azzurre, 4460, a cura di Dante Isella, Adelphi, Milano 1988 (II edizione), p. 536, ha scritto poche righe che ripropongo ai contemporanei tanto desiderosi di farsi la guerra: “Un modo utilitario di utilizzare il deserto del Sahara sarebbe quello di adoperarlo come il terreno dove soltanto si avessero a definire i duelli fra le nazioni. Rimarrebbero così illese le terre innocenti, e la sabbia ingrassata dalle umane carogne diverrebbe fruttifera.”
Mi sembra una buona proposta, non vi pare?
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La fine del mondo. A corto di idee, dico ai miei studenti: “Ragazzi, suggeritemi voi una traccia, a vostro piacere, che poi svolgerete a casa”. Pensa e ripensa, ecco cosa vien fuori: “Traccia: L’umanità ha solo quarantott’ore di vita prima dell’olocausto nucleare. Che cosa farò in queste mie ultime ore?” Approvo e assegno per casa, già curioso di leggere che cosa scriveranno i miei studenti. Ma intanto mi chiedo: in che mondo viviamo se i diciassettenni immaginano come scenario futuro la fine dell’umanità? E mi rendo conto che essi hanno paura, solo paura.
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Colleghi. Nel dormiveglia della notte ecco che si avanzano ricordi che sembravano perduti. Sono i miei colleghi del Liceo di Zogno, in Valle Brembana, di cui non ho avuto difficoltà a rievocare i nomi: Arrigoni, Ardemagni, Redaelli, Sonzogni, Loconte, Lassainato, Zambelli, tutti più anziani del supplente venuto dal Sud con l’incarico annuale reiterato negli anni, che non si sognava neppure, dopo trent’anni, di rivederne i volti in una notte d’inverno, prima dell’alba. Valga come ringraziamento per la buona accoglienza che mi riservarono.
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Centenario della morte di Antonio Vallone. Il 7 febbraio 2025 scorso sono passati cento anni dalla morte di Antonio Vallone e la città pare che non se ne sia accorta. Solo il Liceo a lui intitolato, in occasione del cinquantenario della sua fondazione, nell’ottobre scorso, ha ricordato la figura del deputato repubblicano galatinese. Sic transit memoria mundi.
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Aneddoto della lettera portata dal vento. “Carlo Porta, trovandosi un giorno in cima del Duomo, fa le sue occorrenze. Si forbisce con una lettera, che il vento porta poi via. Ma la raccoglie un sacrista, che leggendovi il nome di Porta (di cui era entusiasta), va a portarla alla casa di questi. Nè la lettera era sudicia per essere Porta, come il più de’ letterati, stitico… Il sacrista trova il Poeta a tavola: gli espone il perché della visita. Porta ne lo ringrazia di cuore, e per dimostrargli in qualche modo la sua riconoscenza, toglie da un piatto tre o quattro biscotti, li avvolge nella restituitagli lettera, e dona il tutto al sagrista. -“. L’aneddoto raccontato da Carlo Dossi, Note azzurre, a cura di Dante Isella, Adelphi, Milano 1988 (II edizione), 2742, p. 272 (ma leggi anche 3858, p. 437), segue il percorso della carta, che va dal Poeta al sacrista e da questi al Poeta, che la restituisce al sacrista, con un po’ di dessert. All’inizio, un atto dissacrante e un colpo di vento, che innescano l’azione, nella quale Dossi con leggerezza mescola anticlericalismo e critica dell’entusiasmo, sempre un po’ snobistico, nei confronti del poeta famoso. Giusto per continuare il racconto di Dossi, mi chiedo: “Dopo aver mangiato i “tre o quattro biscotti”, che uso della carta avrà fatto il sacrista?”.