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Un’attenzione particolare merita l’interpretazione della Elegia di madonna Fiammetta, che Gigli ripropose anche in un saggio e in un’edizione commentata di quest’opera, sollevando le perplessità di alcuni illustri studiosi come Rodolfo Renier e Ramiro Ortiz, i quali, nelle lettere di ringraziamento che gli scrissero dopo aver ricevuto il volume, la giudicarono entrambi piuttosto “ardita” 36. Lo stesso Hauvette, nella sua monografia su Boccaccio del 1914 trovò da ridire su questa interpretazione. E a tale proposito Gigli, nella recensione a quel volume, scriveva ironicamente di meravigliarsi della meraviglia che il critico francese aveva espresso circa quanto egli aveva ripetutamente affermato sull’interpretazione di quest’opera 37.
Quale era allora la sua tesi, che in fondo portava alle estreme conseguenze questa particolare interpretazione delle opere minori di Boccaccio in chiave biografica e psicologica? Gigli, sviluppando alcune intuizioni dell’italianista tedesco Adolf Gaspary e di Vittorio Crescini, sosteneva che la Fiammetta non era “il più appassionato sfogo amoroso, che sia uscito dalla penna del Boccaccio” 38, come era stata generalmente giudicata, non aveva insomma lo scopo di celebrare la donna amata, ma fosse stata suggerita invece allo scrittore “dal desiderio di vendicarsi dell’infedeltà di lei” 39. Infatti, qui Boccaccio rappresenta la donna, che nella realtà era “leggera e vanitosa”, come “supremamente infelice per la lontananza dell’amato”, cioè dello stesso scrittore che era dovuto ritornare a Firenze, richiamato dal padre, fino al tentativo di suicidio, in modo da farle provare “ira e dispetto”, dinanzi ai cortigiani e ai suoi conoscenti, che sicuramente “ne dovettero ridere” 40.
Anche un’opera della maturità, come il Corbaccio, della quale Gigli curerà anche un’edizione commentata, viene interpretata in base a questo criterio di carattere puramente psicologico. Nel Corbaccio, infatti, a suo modo di vedere, Boccaccio si sarebbe preso una rivalsa nei confronti del genere femminile, dopo essere stato beffato da una vedova di cui s’era innamorato, facendo una “satira violenta e spesso oscena contro le donne” 41.
Ora, non c’è da meravigliarsi eccessivamente di queste che oggi possono sembrare interpretazioni piuttosto stravaganti e soprattutto metodologicamente scorrette. Gigli, come s’è detto, si inserisce a pieno titolo in quel filone degli studi positivistici, i quali, secondo Giuseppe Petronio, ebbero come problema centrale “la ricostruzione o la costruzione di una biografia del Boccaccio, biografia tutta imperniata sulla nascita a Parigi, l’amore per Fiammetta, senhal di Maria d’Aquino, le vicende di questa relazione, la dimora a Napoli legata alle vicende economiche del padre” 42.
In ogni caso, al di là di questa discutibile esegesi, bisogna riconoscere a Gigli, come scrive Branca, una indubbia probità per essersi messo umilmente e utilmente al servizio delle opere e del loro autore, senza voler “servirsi del testo come di un pretesto ” 43.
Oltre alle opere minori di Boccaccio, come s’è detto, Gigli cura anche l’edizione commentata delle Opere poetiche di Niccolò Machiavelli 44 e delle Poesie scelte di Ugo Foscolo 45. Di Machiavelli Gigli si occupa dunque della produzione meno nota, quella poetica, presentando e commentando i Decennali, L’Asino d’oro, i Capitoli, i Canti carnascialeschi e le Rime varie. In questo lavoro egli sembra meno legato agli schemi positivisti, anche se non mancano nemmeno qui riferimenti a fatti biografici, al periodo storico e ipotesi sulle date di composizioni delle varie opere e sui motivi dell’interruzione di alcune di esse, come l’ Asino d’oro. A volte anzi sembra quasi di trovarsi davanti a una critica di tipo estetico, come quando Gigli si chiede quale sia il valore dei Decennali e si risponde che “chi voglia guardare per tutt’i lati la complessa macchina delle opere dell’ingegno dello scrittor fiorentino, non può non tenere conto di questo come degli altri suoi lavori poetici, e non può negare ad essi tutti un valore, che, se non è grande, non è neppur minimo” 46.
D’altra parte, la critica positivistica, nell’interpretazione di Machiavelli, non si era allontanata di molto dal giudizio di De Sanctis, che aveva visto lo scrittore fiorentino come il rappresentante del pensiero volto agli studi positivi, libero da pregiudizi teologici e ontologici. Questo spirito positivo, analitico si rivela, secondo Gigli, anche nelle opere poetiche. Nei Decennali infatti lo storico “spuntava sempre là dove avrebbe dovuto essere il poeta; egli fece perciò – continua – più opera di cronaca poetica che di vera poesia, e si può affermare che ebbe la visione d’un gran poema civile, ma ne fu distolto dallo spirito positivo delle sue dottrine” 47.
E anche qui, in fondo, lo studioso salentino segue il giudizio, abbastanza limitativo su queste opere, che ne aveva dato De Sanctis, riportato alla fine dell’introduzione. Secondo il critico irpino, in esse “manca l’immaginativa; sovrabbonda lo spirito. Ci è il critico, non ci è il poeta. Non ci è l’uomo nello stato di spontaneità che compone e fantastica, come Ludovico Ariosto. Ci è l’uomo che osserva anche soffrendo, e sentenzia sulle sorti sue e dell’universo con tranquillità filosofica” 48.
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L’altro lavoro di quest’anno è l’edizione commentata delle Poesie scelte di Ugo Foscolo, apparsa presso la casa editrice Vallardi di Milano. Questo volume, in cui compaiono composizioni poetiche molto note e testi di poetica in prosa, è preceduto da una introduzione, nella quale Gigli passa in rassegna le principali tappe della vita e dell’attività di Foscolo, sulla base della biografia di De Winckels, spesso citata, che era uscita nel 1885 e di altri studi di quel tempo, come quelli di Chiarini e Torraca. Anche qui insomma, come nei precedenti lavori su Boccaccio e Machiavelli, Gigli rivela uno scrupolo apprezzabile, dimostrando di essere sempre perfettamente aggiornato sulla bibliografia relativa all’argomento trattato.
Per quanto riguarda la sua interpretazione, all’inizio il critico salentino sembra accettare lo schema di De Sanctis, vedendo nel Foscolo il continuatore della lezione di Parini e Alfieri, “i due grandi iniziatori della letteratura del nostro Risorgimento” 49. Foscolo infatti, secondo Gigli, insieme a Monti e a Leopardi, dà vita al nuovo classicismo, compiendo l’innovazione dello stile apportata dal Parini e completando le nuove forme d’arte volute da Alfieri. Poi però, nel corso dell’analisi, egli si discosta dall’interpretazione desanctisiana per quanto riguarda i giudizi sulle singole opere. Così, ad esempio, mentre De Sanctis aveva parlato, per l’Ortis, di un amalgama non riuscito di romanzo e di lirica che sfocia in un’ibrida “poesia in prosa” 50, egli lo definisce invece “il primo nostro vero romanzo, scritto con forma e con intenti italiani” 51. E analogamente, mentre De Sanctis aveva visto nei Sepolcri la sintesi di tutte le forze dell’animo foscoliano, “raccolte e riconciliate in questo mondo pieno e concreto, dove ciascuna trova nelle altre il suo limite o la sua misura 52, Gigli mette l’accento soprattutto sull’aspetto civile del capolavoro foscoliano (“la più alta poesia civile dopo quella di Dante” 53). E ancora al giudizio limitativo di De Sanctis sulle Grazie si contrappone quello di Gigli, che parla, come per i Sepolcri, di intento “didascalico” e di espressione “altamente lirica” 54,
In complesso, dall’introduzione di Gigli emerge soprattutto la dimensione civile dell’opera di Foscolo, immerso nelle vicende politiche che avrebbero preparato il Risorgimento italiano, e quindi il suo attaccamento alla patria, il suo amore per la libertà.
Qualche anno prima, su un periodico diretto da Matilde Serao, era apparso uno studio di Gigli su un altro classico della nostra letteratura, La Tetralogia politica di Vittorio Alfieri 55. Si tratta di un breve contributo dedicato a quattro commedie di Alfieri, L’Uno, I Pochi, I Troppi, L’Antidoto, che costituiscono “il suo testamento politico e insieme letterario” e nelle quali “la vis comica si sposa meravigliosamente alla satira politica” 56. Anche qui insomma, come per Boccaccio e Machiavelli, Gigli esamina opere meno note di Alfieri, prendendo spunto probabilmente dalla ricorrenza del centenario della morte del drammaturgo celebrato quell’anno e dalla pubblicazione di un volume di Francesco Novati, L’Alfieri poeta comico, citato all’inizio. In queste quattro commedie emerge, secondo Gigli, la nuova concezione politica di Alfieri che rifiuta, oltre che la tirannide di uno solo, anche il governo dell’aristocrazia e quello della democrazia, e apprezza invece un governo in cui sono contemperati i tre elementi, monarchico, aristocratico e democratico. Secondo Gigli, anche nella produzione comica di Alfieri domina “quel senso di morale civile e politica, che era stata come la mira o la guida di tutte le sue opere” 57. Insomma, anche qui l’accento batte su Alfieri maestro di libertà politica e propugnatore di diritti civili, sulla scia di De Sanctis che, nel saggio Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo, ne aveva messo in rilievo proprio la “passione di libertà”58.
Un posto a sé occupa invece il discorso commemorativo su Giosuè Carducci, letto nella sala maggiore del palazzo comunale di Cesena il 16 febbraio 1908 59, che più che un saggio critico è un vero e proprio atto di fede e una dichiarazione d’amore per il vate maremmano, del quale viene messa in rilievo, come per Alfieri e Foscolo, soprattutto la “missione di poeta civile” 60. In queste pagine le definizioni enfatiche, altisonanti si sprecano: Carducci è “il poeta dell’Italia moderna”, “Maestro del nostro tempo”, insomma un “Gigante”. La sua irruzione sulla scena letteraria è paragonata a una improvvisa ventata rigeneratrice che spazza via d’un tratto la “decrepita Italia de’ classici” e “quella clorotica de’ romantici” 61, richiamando le menti “a più arditi ideali di arte, di morale e di politica” 62. Del vero e proprio “culto” carducciano, tipico d’altronde di quel periodo, questo discorso, oggi quasi illeggibile, si può considerare insomma una delle manifestazioni più esemplari.
Nell’ultima fase dell’attività di Gigli i contributi più rilevanti in campo critico, oltre a un profilo biografico di Sigismondo Castromediano 63, sono senza dubbio una breve monografia su Franco Sacchetti e il volume Balzac in Italia. Contributo alla biografia di Onorato di Balzac. In questi anni, com’è noto, si era affermata in Italia l’estetica e la metodologia crociana, la quale aveva ormai soppiantato la vecchia scuola storica. Gigli però si dimostra insensibile ai nuovi presupposti estetici e resta saldamente ancorato alla ricerca di tipo biografico-erudito. D’altra parte, anche il rapporto epistolare con Croce, come osserva Marseglia, si limita a uno “scambio di notizie bibliografico-erudite” 64 e non tocca mai questioni di natura estetica o di metodo critico. C’è da aggiungere comunque che frutto di questo rapporto fu pure l’edizione critica delle novelle di Girolamo Parabosco, apparsa nel 1912 nella famosa collana degli “Scrittori d’Italia” diretta da Croce per l’editore Laterza di Bari, in un volume in cui Fausto Nicolini curò la parte riguardante un altro novelliere minore del Cinquecento, Sebastiano Erizzo.
La refrattarietà alla metodologia crociana emerge in maniera ancora più evidente nella monografia su Sacchetti, uscita in una collana, “Storia critica della letteratura italiana”, diretta da Andrea Gustarelli per l’editore Principato di Messina. Questa collana, infatti, come si legge nella presentazione, si proponeva, proprio secondo la lezione crociana, di dedicare particolare attenzione al “valore estetico delle opere”, nella convinzione che la “storia della letteratura” sia soprattutto “storia dell’arte letteraria”, “esame critico, cioè, del valore che le opere degli autori hanno come lavori d’arte”.
Ciononostante, Gigli procede sempre nel solito modo, occupandosi, secondo lo schema della collana, prima della vita e poi delle opere di Sacchetti, ed esaminando queste ultime, e in particolare le Rime, anche stavolta in chiave prevalentemente biografica. Nell’avvertenza l’autore confessa onestamente che il suo non è un lavoro originale, ma “un modesto e diligente studio” 65 basato su indagini precedenti. E infatti qui si basa soprattutto sulle ricerche di alcuni critici positivisti come Bacci e Fornaciari, anche se alla fine conclude, come succede spesso nei suoi lavori, con un giudizio del De Sanctis, secondo il quale Sacchetti è “il più candido e simpatico degli scrittori del Trecento” e la sua è l’ultima voce del secolo XIV 66.
Un lavoro di tipo esclusivamente biografico e documentario è invece Balzac in Italia, in cui Gigli ricostruisce il periodo trascorso dal grande romanziere francese nel nostro paese nel 1837 e poi nell’ottobre del 1845 e nell’aprile del 1846, con una particolare attenzione agli ambienti intellettuali (milanesi, veneziano, ecc.), con i quali Balzac venne in contatto. Il lavoro è basato su una ricerca estremamente minuziosa che condusse l’autore a reperire un ampio materiale cronachistico e documentario, come articoli, notizie, documenti di vario genere, composizioni poetiche, lettere, giudizi, recensioni, dediche, tutti riportati integralmente nel libro.
Un aspetto particolare, infine, dell’ultima attività critica di Gigli è rappresentato dalla collaborazione giornalistica a periodici e quotidiani vari. In particolare, nel 1920, sul “Telegrafo” di Livorno, con lo pseudonimo di Messapicus curò anche, per qualche mese, una rubrica intitolata “Lettere e Arti”, nella quale figurano noterelle, spigolature, aneddoti e brevi segnalazioni di novità editoriali, tutti per la verità di scarso rilievo. In questi articoli egli non prese mai in esame scrittori o opere importanti della letteratura novecentesca. L’unico scrittore contemporaneo, di cui si occupò più d’una volta, è un narratore di secondo piano, Guido da Verona, autore di romanzi erotici, allora popolarissimo, che difese dalle accuse di immoralità. Di da Verona recensì il romanzo Mimì Bluette fiore del mio giardino, che giudicò “opera di pura poesia” 68 e il volume Il Libro del mio sogno errante, che definì addirittura “la più notevole raccolta di versi e di prose che sia uscita da parecchi anni in Italia” 69.
Anche questi giudizi, piuttosto azzardati, stanno a dimostrare in fondo che Gigli rimase sostanzialmente estraneo alle nuove problematiche letterarie del primo Novecento, nonostante la frequentazione di personaggi come Renato Serra, che aveva conosciuto a Cesena, così come in campo critico era rimasto insensibile alle sollecitazioni della metodologia crociana. Fino alla fine insomma, restò saldamente ancorato a un gusto ottocentesco e a una mentalità carducciana e positivistica, che d’altra parte avevano caratterizzato tutto il suo precedente, e comunque sempre dignitoso, lavoro di scrittore, di critico e di studioso.
[In A. L. Giannone, Scrittori del Reame. Ricognizioni meridionali tra Otto e Novecento, Lecce, PensaMultimedia, 1999, pp. 25-47]
Note
27 V. BRANCA, Presentazione, cit., p. XVIII.
28 Antologia delle opere minori volgari, cit., p. 33.
29 Cfr. M. MARTI, Realtà biografica e schemi letterari [1962], in Critica letteraria come filologia integrale, Galatina, Congedo, 1990, pp. 37-48.
30 Antologia delle opere minori volgari, cit., p. 1.
31 Ivi, p. 32.
32 Ivi, p. 82.
33 Ivi, p. 108.
34 Ivi, p. 173.
35 Ivi, p. 286.
36 Cfr. G. GIGLI, Carteggio inedito, cit., p. 103.
37 Cfr. ID., G. Boccaccio di H. Hauvette, in “Fanfulla della Domenica”, a. XXXVI, n. 23, 7 giugno 1914.
38 ID., Per l’interpretazione della Fiammetta, in Studi su Giovanni Boccaccio, Castelfiorentino, 1913, p. 68 (“Miscellanea storica della Valdelsa”, a. XXI, fasc. 2-3, settembre 1913).
39 Ivi, p. 71.
40 İbid.
41 Ivi, p. VII.
42 G. PETRONIO, Giovanni Boccaccio, in I classici italiani nella storia della critica, Opera diretta da W. Binni, Firenze, La Nuova Italia, vol. I, 1970,p. 218, nota 2.
43 V. BRANCA, Introduzione a G. BOCCACCIO, Antologia delle opere minori volgari, cit., p. XVIII.
44 Firenze, Le Monnier, 1908.
45 Milano, F. Vallardi, 1908.
46 G. GIGLI, Introduzione a N. MACHIAVELLI, Opere poetiche, cit., p. XIV.
47 Ivi, p. XV.
48 Il giudizio di F. De Sanctis è riportato ivi a p. XXX.
49 G. GIGLI, Introduzione a U. FOSCOLO, Poesie scelte, cit., p. VIl.
50 F. DE SANCTIS, Ugo Foscolo, in L’arte, la scienza e la vita, a cura di M.T. Lanza, Torino, Einaudi, 1972, p. 221.
51 G. GIGLI, Introduzione a U. FOSCOLO, Poesie scelte, cit., p. XVII. 52 F. DE SANCTIS, L’arte, la scienza e la vita, cit., p. 233.
53 G. GIGLI, Introduzione a U. FOSCOLO, Poesie scelte, cit., p. XIX.
54 Ivi, p. XXIII.
55 In La Settimana”, a. II, n. 29, 19 luglio 1903, pp. 174-186.
56 Ivi, p. 174.
57 Ivi, p. 185.
58 F. DE SANCTIS, Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo, in Verso il realismo, a cura di N. Borsellino, Torino, Einaudi, 1965, p. 246.
59 Cesena, Tip. Biasini-Tonti, 1908.
60 G. GIGLI, Giosuè Carducci, Discorso commemorativo, cit., p. 11.
61 Ivi, p. 12.
62 Ivi, p. 11.
63 Genova, A. E Formiggini, 1913 (“Profili”).
64 F.MARSEGLIA, Introduzione a G. GIGLI, Carteggio inedito, cit., p. 51.
65 G. GIGLI, Franco Sacchetti. Vita e opere, Messina, Principato, 1918, p.5.
66 Cfr. ivi, p. 96. Di Franco Sacchetti Gigli curò anche l’edizione commentata de La battaglia delle belle donne di Firenze colle vecchie, Lanciano, Carabba, 1917.
67 Milano, Treves, 1920.
68 G. GIGLI, Mimi Bluette, fiore del mio giardino, in “Fanfulla della Domenica”, a. XXXVIII, n. 39, 24 settembre 1916.
69 lD., L’ultimo libro di Guido da Verona, in “Il Telegrafo”, a. XLII, n. 89, 30 marzo 1919.