Ma la sensibilità deriva dalla cultura: che non significa necessariamente l’insieme delle cognizioni che una persona acquisisce attraverso lo studio e l’esperienza. Significa anche (forse soprattutto) prossimità ai fatti e ai fenomeni dell’esistenza e della natura, dell’esistere e dell’essere.
C’erano una volta contadini che non avevano fatto alcuna scuola ma che avevano una sensibilità amorosa verso un albero di ulivo. Lo crescevano. Lo accudivano. Si spera che ce ne siano ancora. Poi i tempi sono cambiati e il concetto di sensibilità si è caricato sempre più della necessità di qualcosa che si potrebbe definire conoscenza dei significati.
Per esempio: la sensibilità si forma e matura con la conoscenza della storia in generale, indubbiamente: di quella dell’arte come particolare. Nella storia dell’arte è scritta l’evoluzione delle forme e dei significati con cui gli uomini hanno stabilito relazioni con il terreno e l’ultraterreno, con l’umano e il sovrumano, con il comprensibile e l’incomprensibile. Nella storia dell’arte si può rilevare l’umile arroganza dell’uomo che intende rappresentare quello che non si può rappresentare. Ma senza questa arroganza non avremmo mai avuto la Cappella Sistina. E’ una sensibilità nei confronti della limitatezza che osa sfidare l’illimitato.
Per esempio: la sensibilità è una conseguenza della conoscenza delle letteratura, pensata ( e vissuta) come un secchio calato in un pozzo di cui non si conosce la profondità e neppure il contenuto. Poi si tira su il secchio che è ricolmo di un acqua che non si sa se contiene veleno oppure salvezza da ogni possibile morbo del mondo. E’ proprio a quel punto che si apre la contesa, che il dubbio si insinua dentro le vene. Bere o non bere quell’acqua. Salvarsi o consegnarsi al suo veleno. Sensibilità vuol dire anche questo dubbio. Vuol dire anche accettare la contesa.
Probabilmente non è impossibile ma con la stessa probabilità risulta difficile elaborare per se stessi una sensibilità senza una conoscenza essenziale di biologia. Basta soltanto riferirsi alla sua etimologia. In fondo, su che cosa ci si interroga, che cosa si studia se non la vita, i processi fisici e chimici dei fenomeni che ci appartengono e di cui siamo parte, che cosa ci riguarda se non la nascita e l’evoluzione e l’estinzione della specie, se non l’origine e la conclusione di quello che siamo e di tutto quello che è intorno a noi, nell’universo.
Certo, l’universo. Una sensibilità per l’universo. Per lo spazio, per il tempo. Per tutte le cose che esistono, conosciute e sconosciute. Per la sua origine e per la sua fine. Per il cinque per cento di cui abbiamo conoscenza, per quella percentuale che un giorno forse conosceremo, per quell’altra che quasi certamente non conosceremo mai. Una sensibilità verso quello che si conosce; soprattutto verso quello che non si potrà conoscere mai.
Poi, la filosofia. Una sensibilità per l’ incessante corpo a corpo con il dubbio. Un costante mettere a soqquadro le certezze. Un rendersi disponibile alla crisi delle convinzioni.
Arte, letteratura, biologia, fisica, filosofa. Soltanto esempi di discipline, di territori del sapere. Per dire che cultura vuol dire anche ( o soprattutto) sensibilità nei confronti del tempo e del proprio essere nel tempo, nei confronti dello spazio che è il pianeta e di quella scaglia del pianeta che è il paese in cui sbrighiamo le faccende di ogni giorno.
Se cultura non significa anche sensibilità, allora non significa assolutamente niente.
“Nuovo Quotidiano di Puglia”, Domenica 29 gennaio 2023