Sulla donazione di opere di Nello Sisinni al Comune di Cavallino di Lecce


Maternità, terracotta.

Successivamente Sisinni ha donato il  ritratto su tela  del grande violoncellista russo Mstislav Leopol’dovič Rostropovič, realizzato nel 1998, il giorno dopo l’esecuzione di un suo concerto  presso l’Accademia di  Santa Cecilia a Roma. Esso venne esposto nell’antologica del 2015 e attualmente è collocato nel foyer del Teatro comunale “Il Ducale” di Cavallino.  L’artista salentino ha eseguito numerosi ritratti che mirano a restituire non l’aspetto esteriore dei personaggi rappresentati, ma a rivelarne l’intimo della personalità a volte anche deformandone i tratti, ai fini di una intensificazione e caratterizzazione psicologica, anche se il pittore non arriva mai alla distruzione della forma, in quanto il soggetto è sempre riconoscibile. I personaggi sono colti da Sisinni in un momento particolare, collocati in contesti che ne completano la fisionomia o accanto a oggetti familiari o rappresentativi. Anche qui il Maestro è raffigurato con l’inseparabile violoncello che stringe a sé, quasi abbracciandolo, e lo spartito appoggiato sul leggio, con un’espressione distesa e sorridente.   

Un altro dipinto del 1994, da lui donato, collocato anch’esso nel Teatro comunale  “Il Ducale” di Cavallino, è Il giardino del Fauno, in cui Sisinni riprende il mito di questa antichissima divinità italica, presente in tante opere letterarie, artistiche e musicali. L’artista si è spesso ispirato, direttamente o indirettamente, al mondo dei miti antichi, che gli sono serviti per trasfigurare le sue immagini e renderle simboliche.  Questa composizione, che a tutta prima risulta piuttosto enigmatica, vuol essere forse la rappresentazione allegorica di  un processo di purificazione che si raggiunge attraverso vari gradi. Non a caso, essa è divisa in tre parti. In basso, a destra, spicca la figura di una mucca, simbolo dello stadio ferino dell’umanità. La parte centrale,  impregnata di accesa sensualità, raffigura invece alcune ninfe, stese voluttuosamente sul prato, che vengono corteggiate dai fauni al suono dei loro flauti. Nella parte alta, che contrasta fortemente con tutto il resto, tre angeli svolazzano nei cieli con evidente allusione alla raggiunta liberazione dalle passioni terrene.

Al Comune di Cavallino sono stati donati anche tre pannelli in terracotta  ispirati ad altrettanti episodi narrati nel libro delle Memorie, di Sigismondo Castromediano, Carceri e galere politiche. Essi vennero presentati l’11 dicembre 2015, in occasione della Tavola rotonda “Sigismondo Castromediano e il Risorgimento italiano”, tenutasi nella Sala consiliare, dove da allora sono stati stabilmente collocati. Con queste opere Sisinni ha voluto rendere un omaggio alla nobile figura del patriota e letterato salentino, dal quale è rimasto affascinato per le idee di libertà da lui coerentemente perseguite, che gli costarono dieci anni di carcere duro nelle galere campane. Il primo pannello, La colonna mobile, si riferisce all’arrivo a Lecce, il 13 settembre del 1848, dei soldati borbonici, descritti nelle Memorie come “insolenti, avidi di saccheggi, i dragoni più degli altri, briachi e protervi” e all’arresto dei patrioti, fra i quali lo stesso duca di Cavallino. Il secondo, La libertà, è ispirato invece a una pagina nella quale Castromediano, in base a un “triste presentimento”, stabilisce un paragone tra la libertà, che vedeva ormai sempre più lontana per lui e i suoi compagni, e la storia di un fanciullo dietro la farfalla. “Il poverino – scrive – per quanto l’avvicinasse, non giunse mai a chiapparla”. Il terzo e ultimo bassorilievo, La rosa e l’arancia, rimanda invece a un episodio apparentemente minore ma che ha colpito la fantasia di Sisinni: il lancio di una rosa gettata da un balcone da una giovane donna dai “capelli biondi e gli occhi cilestri” verso Castromediano, mentre questi attraversava, a Napoli, via del Carmine, verso Castel Nuovo, prima di essere trasferito nel Bagno penale di Procida. Subito dopo un fanciullo “bello ed ardito” gli dona “due arance fresche”.

La donazione più recente è rappresentata da dodici bozzetti in terracotta che saranno collocati in una sala della Biblioteca comunale “Gino Rizzo”.  Essi fanno parte di un ciclo più ampio, composto da trentadue pezzi, che è dedicato al tema della maternità. Questo soggetto, nelle sue varie declinazioni, è presente, com’è noto, in tutte le epoche della storia dell’arte: dalle cosiddette “Veneri paleolitiche”, statuette votive raffiguranti figure femminili gravide, all’immagine della dea Iside con in braccio il figlioletto Horus, che si ritrova nella mitologia egizia; dalla “Mater Matuta” degli antichi Romani alle tante Madonne col Bambino del Medioevo e del Rinascimento; dalle intense rappresentazioni della “Pietà” a certi capolavori della pittura e della scultura del Novecento. Sono innumerevoli gli artisti di tutti i tempi e di tutti i luoghi che hanno cercato di indagare il mistero racchiuso nella maternità. Ovviamente molteplici sono anche i significati che l’icona della  madre assume nel corso dei millenni: dea della fecondità e della terra; divinità che assiste la donna che partorisce e allatta;  matrona  che sta all’origine della famiglia e della società latina;  Madre di Dio nella civiltà cristiana. In ogni caso, l’arte ha attribuito  sempre alla  maternità un valore sacrale essendo essa in rapporto con l’origine della vita e quindi rappresentazione fisica del rapporto dell’umano col trascendente.

Anche Nello Sisinni ha affrontato  questo suggestivo tema, senza timore di confrontarsi con una tradizione millenaria. Per realizzare questo lavoro, durato un anno esatto, dal settembre del 2014 al settembre del 2015, ha operato alla sua maniera. Prima ha riempito un’agenda di centodue schizzi acquerellati, tutti dedicati all’eterno soggetto della madre col bambino, accompagnandoli con riflessioni e citazioni. In una nota finale  ha chiarito che la prima idea dell’opera gli venne qualche anno fa durante la lavorazione dei quattordici bassorilievi in terracotta che compongono la Via della Passione, collocati sulle pareti delle navate laterali della Chiesa Madre di Maglie. In particolare, venne quasi costretto a riflettere su questo tema quando compose la “quarta stazione”, che raffigura l’incontro di Gesù con sua Madre sotto il peso della Croce.

Altri spunti gli sono venuti poi dall’osservazione delle “Madri di Capua” esposte nel Museo della cittadina campana. Queste sculture votive  in tufo vulcanico,  che risalgono a un periodo che va dal VI al II sec. a. C., rappresentano donne sedute con uno o più neonati in fasce sulle braccia. Un’altra opera che lo ha fortemente colpito è stata la Carità  di Tino di Camaino, il maggiore scultore senese del secolo quattordicesimo. La statua marmorea, conservata nel Museo Bardini di Firenze, raffigura una madre che allatta due pargoli contemporaneamente.

 Successivamente Sisinni, con la sua consueta esuberanza creativa, ha modellato i trentadue bozzetti, dando vita così a un altro ciclo di lavori in terracotta, che ha denominato Matres, dopo quelli dedicati alle Dee contadine, alle Veneri messapiche, alle Ignare bagnanti e ai Volti della strada. Sia nei disegni che nelle terrecotte egli ha esplorato, con un forte coinvolgimento emotivo, questo microcosmo diadico costituito da madre e  figlio, cercando di rappresentare l’ampia gamma di sentimenti che lo caratterizzano.  Si va dunque dalla gioia alla tenerezza, dalla serenità alla dolcezza, dal senso di protezione alla speranza, ma non mancano nemmeno l’inquietudine e la malinconia che traspaiono talvolta dagli occhi della madre. Anche gli atteggiamenti materni sono vari: la donna ora allatta, ora bacia, ora accarezza, ora osserva, ora addormenta il proprio bambino che tiene tra le braccia. Da tutte queste composizioni emerge soprattutto il dialogo interiore che si crea tra i due, fatto di sguardi incrociati, di gesti, di espressioni facciali.

Nel passaggio dai primi abbozzi disegnativi alla realizzazione plastica, Sisinni ha proceduto con la consueta rapidità di esecuzione che mira a non disperdere la tensione creativa e la genuinità dell’ispirazione. Presente  è anche un’altra costante del suo lavoro, l’energia del segno,  con cui egli cerca di andare oltre la superficie delle cose, delle figure rappresentate per coglierne l’essenza e dare ad esse un valore simbolico. Da qui la forte semplificazione con cui modella in maniera volutamente sommaria volti, corpi, mani, braccia, del tutto fuori dagli schemi accademici. In tal modo le “matres” di Sisinni assumono un aspetto marcatamente arcaico che le collega idealmente alle prime espressioni artistiche della civiltà mediterranea, trasformandole in idoli primitivi, in divinità ancestrali, in archetipi della maternità.

[Introduzione al catalogo della Donazione Sisinni, Cavallino di Lecce, Topografia 3emme, 2017]

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