Libertà dell’Uomo. Conquista faticosa e Tremore metafisico

A ben comprendere il dinamismo di questi mutamenti della vita dello spirito umano sono d’insostituibile guida tre studi di Erich Fromm (1900.1980), i quali, benché datati, rimangono tuttora molto attuali e puntuali: Fuga dalla libertà del 1941, Psicanalisi della società contemporanea del 1955e L’Arte d’amare del 1956. Nel primo volume, scritto al culmine dello svolgimento della seconda guerra  mondiale, lo studioso tedesco osserva con disincantata e quasi scettica curiosità il comportamento socio-emotivo degli uomini del tempo e nota come essi, proprio mentre lottano contro l’assoggettamento ai regimi nazifascisti, nello stesso tempo, proiettandosi nell’immediato futuro e percependosi liberi da «regole» da seguire e da «padroni» cui obbedire, sono invasi da un’inconscia agitazione parossistica, che placano solo desiderando e sognando nuove situazioni di subalternità, capaci di far superare l’incombente stato di solitudine e di insicurezza. Erich Fromm, quindi, considerando l’uomo in simile stato, lo vede necessariamente da una parte preda d’un’appartenenza che lo blocca e lo intrappola e, dall’altra parte, sparuto frammento vivente, insignificante e sospeso su un’ampia voragine che lo terrorizza. Secondo il filosofo tedesco questo senso d’inspiegabile violenta fobia e d’insostenibile incertezza angosciante, che immobilizza mente e anima, non è sopportabile per lungo tempo, per cui ne indica le due possibili vie d’uscita: o avanzare con ferma vigoria verso una piena e solida maturazione, o ricercare opportunamente un nuovo «padrone», per il quale valga le pena continuare a vivere. Quest’ultima sembra la via scelta dalla maggior parte degl’individui sia perché socialmente più condivisa, sia perché psicologicamente meno problematica, sia perché  socialmente più gratificante, almeno in apparenza e nell’immediato. Ci sono, infatti, dipendenze ormai ritenute quasi organicamente strutturate, che orientano e addirittura guidano il comportamento di singoli e di gruppi di persone, fino a orientarne totalmente la vita. Basti pensare alle forme quasi mistiche di lavoro frenetico, in cui ci s’impegna in ritmi maniacali: più si più lavora, più si ha popolarità e potere, più si è apprezzati; o anche alla dipendenza – coltivata con camuffata umiltà e ostentata come discrezione – è la ricerca della fama a ogni costo: basta essere considerato «qualcuno», a prescindere da ogni riscontro valoriale oggettivo.

Uno dei passaggi particolarmente significativi dello studio di Erik Fromm riguarda l’indicazione delle vie da seguire per usufruire con profitto della libertà eventualmente riconquistata. L’Autore suggerisce sostanzialmente tre itinerari necessari e complementari: auto-analisi impietosa del proprio comportamento, accettazione virile dei momenti dolorosi, creatività senza mania del successo. Cioè, conoscere la propria umanità, rispettarla senza infingimenti e amarla. Lo studioso, tuttavia, dopo quindici anni si dedica ad un’attenta «Psicanalisi della società contemporanea», che – con occhio incredulo e con mente sgomenta – vede dominata da uno stato «di malattia e di sofferenza», nonostante la tempestiva ricostruzione socio-politica postbellica delle nazioni e il «miracolo della crescita economica» osannata in nome  delle teorie del capitalismo, facessero immaginare tutt’altro. Fromm ne ricerca le cause probabili. Gli uomini, anziché curare e accrescere la propria creatività, si sono dedicati alla produzione ripetitiva e per il maggior profitto soprattutto economico; essi, pertanto, si sono gradualmente alienati da sé stessi e sono divenuti, inconsapevolmente ma realmente, idolatri degli oggetti che essi stessi hanno prodotto. L’umo, quindi, da «finalità ultima» dell’agire umano, s’è trasformato in mezzo di produzione di «cose», le quali sono divenute, così, il vero fine ultimo della vita e dell’agire dell’uomo nel mondo. Il mondo è il dominio dell’uomo «reificato».

Quale la causa di questo sovvertimento di realtà e di questa confusione di valori? Fromm ne indica, tra le altre, una – ovviamente formulandola come ipotesi da verificare – nello studio pubblicato l’anno successivo, intitolato significativamente «L’arte di amare». Il messaggio generale, che il libro dovrà tramettere, è affidato all’eloquente citazione d’un aforisma dello scienziato rinascimentale Paracelso: «Colui che non sa niente, non ama niente. La maggiore conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore» (Citiamo dalla trad. it. di Marilena Damiani, Il Saggiatore, 1963, p. 7). Quello che oggi l’umanità non conosce è proprio la vera natura dell’amore: e fraintenderla significa «ricercare disperatamente» quell’equilibrio – ovviamente instabile, come s’addice alla natura umana -, che deriva solo da una prospettiva complessiva della vita, che con linguaggio puntuale e univoco l’italo-tedesco Romano Gardini (1885-1968) chiama «Totalità». La totalità dell’essere in generale e dell’animo umano in particolare non è comprensibile mediante sottili ragionamenti o elaborate ipotesi, così come la totalità della bellezza d’un dipinto multicolore chiuso in una stanza non è conoscibile mediante lo scambio di dotte conversazioni, ma basta aprire una finestra; la luce si fonde coi colori e la bellezza del dipinto si manifesta agli occhi dell’osservatore. Così è per la totalità della vita dell’animo umano. Basta amare con autenticità e il caos esistenziale si modificherà – gradualmente ma realmente – in un cosmo ordinato e appagante.

Ma cos’è l’amore autentico. Per rispondere a questa domanda, Fromm si sofferma prima a indicare cosa l’amore non è: non è «una piacevole sensazione», non è la ricerca dei modi  e delle tecniche «per essere amati», non è trovare una persona o un ideale cui dedicarsi, e non è una «facoltà» da coltivare. E’ un’arte, che, come l’arte medica e tutte le altre arti, va appresa e aggiornata con fatica e costanza. E perché un’arte venga sempre  più perfezionata, sottolinea Fromm, «non deve esserci al   mondo nulla di più importante. Questo vale per la musica, per la medicina, per l’amore». E «Forse – conclude  il filosofo – qui sta la risposta alla domanda perché la nostra civiltà cerca così raramente d’imparare quest’arte a onta dei suoi fallimenti; nonostante la ricerca disperata dell’amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuna per conoscere l’arte dell’amore» (Ivi, p. 18).

Il disordine e l’infelicità dell’uomo contemporaneo sono causati dal caos che regna nella Totalità: prospettive allettanti ma ingannevoli, miraggi illusori pregustati come  visioni concrete e ideali aggiungibili. Per ristabilire l’ordine è necessario che l’uomo, lungi dal farsi dominare dal «tremore metafisico», si reimpossessi della sua vita e – paradossalmente – nell’intimità della sua solitudine interiore- riscopra la capacità d’amare il più e meglio possibile, rispettando la totalità nel suo insieme.

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