Le piume e la foresta

di Ferdinando Boero

[Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo un estratto del libro di Ferdinandso Boero, Le piume di Darwin. Perché la vita non si lascia ridurre a una formula, Laterza, 2026]

Ne L’Origine delle Specie Darwin spiega la differenza tra fisica e biologia con la metafora delle piume che dà il titolo a questo libro. Eccola qui: “Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!” Con questa metafora Darwin voleva farci capire non solo la differenza tra caduta di un corpo e crescita di una foresta, ma che le scienze della vita devono misurarsi con cause multiple, tempi lunghi, interazioni complesse — non con condizioni ideali e predizioni certe.

Le leggi definite sono quelle della fisica, Darwin si riferisce a Galileo e Newton. Le loro leggi sono predittive. La gravitazione universale prevede che la terra, di massa superiore rispetto alle piume, le attiri verso di sé, facendole cadere al suolo. L’intuizione di Newton, dovuta alla mela che gli cade in testa, attirata dalla terra, formalizza l’esperimento di Galileo, con i gravi che cadono dalla torre di Pisa. Darwin riconosce la validità di questa branca della conoscenza, ovviamente. Ma continua con “ma come è semplice questo problema” e lo confronta con lo sviluppo di una foresta, un fenomeno biologico-ecologico. Il numero di azioni e reazioni che portano alla foresta che Darwin sta ammirando dalle antiche rovine di un tempio pre-colombiano gli suggerisce un’intuizione paragonabile a quella della mela di Newton e gli suggerisce la genesi di una foresta, attraverso innumerevoli fenomeni che avvengono nel corso dei secoli.

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I resti di Babele 84. Vittorio Pagano, la ricerca delle parole nella profondità della memoria

 di Antonio Errico

Per quanto tempo visse, Vittorio Pagano impastò i suoi giorni con quelli di una città: con la sua anima felice, ferita, disperata, leggera come la cresta di un’onda, sanguinante come un rimorso infossato nel cuore. Ne assorbì il dolore bruciante; si confrontò con la sua umile arroganza, la sua nobile miseria, con i segreti, i riti, i miti, le voci delle ombre, il pianto delle statue, il silenzio dei viventi, il sonno dei morti.  È una città a Sud, quella di Vittorio Pagano: a Sud del Sud. Lecce. Città che si deforma e poi riprende forma. Che si decompone e poi si ricompone. Che si sfarina e poi si ricompatta. Sempre perduta e sempre ritrovata. La città che batte come il cuore, che fiotta come il sangue. La città dell’alba, della notte. Che muore ad ogni istante e ad ogni istante risorge. Città come realtà e come figurazione. In queste due condizioni si addentra Mitologie del Sud. Cartografia poetica di Vittorio Pagano, edito da Musicaos a cura di Simone Giorgino, di cui ha scritto su questo giornale Vincenzo Maruccio, rilevando come questo libro si inserisca in un contesto di studi “che ha valorizzato il Novecento salentino-pugliese liberandolo dalle angustie strettoie della perifericità e mettendolo in contatto con la letteratura italiana ed europea”.  Pagano aveva l’ansietà della visione: far apparire le cose che non si vedono, provocare la loro epifania, evocare figure sprofondate nella memoria, o maturate nella fantasia, far riaffiorare quello che è sommerso, come per salvarlo dallo sfacelo dell’oblio.

Lui sapeva bene che le creature che non sono – non sono più – restano vicine, si rifugiano in qualche parte di noi, per non essere abbandonate, per non abbandonarci, per farsi sentire ancora e per sentirci ancora respirare la vita che hanno respirato.

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La morte e le esequie solenni di Eleonora Duse, icona internazionale del teatro

di Rocco Orlando

     Eleonora Duse si ritirò dalle scene nel 1909, convinta di aver concluso la sua carriera; tuttavia, durante la prima guerra mondiale, l’attrice perse quasi tutti i suoi risparmi a causa di investimenti sbagliati e della svalutazione monetaria in Germania dove aveva depositato gran parte dei suoi guadagni. Nel 1921, a 63 anni e con la salute già gravemente compromessa da problemi polmonari, fu costretta a tornare a recitare unicamente per ragioni economiche. Benito Mussolini, compreso il valore propagandistico della Duse, le propose un vitalizio di Stato per meriti artistici e si offrì di coprire tutti i suoi debiti. Eleonora Duse rifiutò fermamente l’offerta in quanto accettarla significava legare il proprio nome alla propaganda del regime fascista e farsi “liquidare” dalle scene come un momento del passato. La Duse rispose che preferiva guadagnarsi da vivere lavorando sul palcoscenico finché le forze glielo avessero permesso, piuttosto che accettare quella che Matilde Serao definiva una “irrisoria pensione” o un aiuto condizionato dal potere politico. Nel celebre articolo di Matilde Serao su “Il Giorno” del 29 aprile 1924 “Perché Eleonora Duse è morta in America” fu messo a nudo questa ipocrisia: la Duse confidò alla Serao che in Italia non trovava più né teatri né il giusto sostegno, mentre dall’estero riceveva offerte dignitose e lucrose. La Duse partì per gli Stati Uniti il 16 ottobre 1923 dal porto di Southamputon nel Regno Unito imbarcandosi sul transatlantico Olympic della White Star Line (la nave gemella del Titanic) e arrivò a New York il 23 ottobre.

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Inchiostri 193. Il Deserto della Giudea secondo Lorand Gaspar

di Antonio Devicienti

Temo che il nome di Lorand Gaspar (1925-2019), uno dei più interessanti poeti di lingua francese del Novecento, sia quasi sconosciuto in Italia.

Intorno al 1990 egli scatta questa foto del Deserto della Giudea – Lorand Gaspar è medico chirurgo (ha esercitato negli ospedali di Gerusalemme, Betlemme e Tunisi), poeta appunto, e fotografo, ama la gente che incontra e quella che, nell’esercizio della professione, cura; parla correntemente l’ebraico e l’arabo, studia entrambe le lingue oltre che quelle antiche (ed estinte) della regione, ma estende i suoi interessi anche alle lingue e alle culture moderne e antiche dell’Egitto e della Mezzaluna fertile; quando può percorre gli spazi del Vicino Oriente, ne scrive, li fotografa.

Quest’inchiostro ha scelto una fotografia (Gaspar preferisce il bianco e nero) che probabilmente sa dire moltissimo della sua predilezione per gli spazi aperti e vasti del deserto, luogo che, come la pagina che attende la scrittura, non è affatto né vuoto, né sterile, né silenzioso, ma incredibilmente colmo di vita.

Lo sanno bene da generazioni che vi si sono avvicendate per millenni coloro che vivono nel deserto, che ne attendono la fioritura dopo la pioggia, che lo percorsero e lo percorrono, che lo rispettano.

Lorand Gaspar guarda con occhio non di colonizzatore, ma di uomo libero tra uomini liberi, ascolta e vede la sapienza di spazi di vertiginosa antichità.   

«Ce que cherche ma parole sans cesse interrompue, sans cesse insuffisante, inadéquate, hors d’haleine, n’est pas la pertinence d’une démonstration, d’une loi, mais la dénudation d’une lueur imprenable, transfixiante, d’une fluidité tour à tour bénéfique et ravageante. Une respiration» in Sol absolu et autres poèmes, Gallimard

“Quel che cerca la mia parola sempre interrotta, sempre insufficiente, inadeguata, affannata, non è la validità di una dimostrazione, di una legge, ma la messa a nudo di un bagliore inafferrabile, lancinante, di una fluidità di volta in volta benefica e devastante”.

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L’Eremita del Galateo curato dalla Galatea Nadia Cavalera

di Gerardo Trisolino

Nadia Cavalera

Nella sua edizione del dialogo Eremita di Antonio De Ferrariis (alias Galateo), Nadia Cavalera insinua un sorprendente sospetto: che il più famoso e traffichino monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556), intitolando Galateo overo de’ costumi la sua opera più nota, abbia volontariamente plagiato il cognome che l’umanista salentino, originario di Galatone, scelse entrando nell’accademia pontaniana, con il subdolo scopo di oscurarne la fama. Su quali indizi l’autrice, che a sua volta ama denominarsi la Galatea, poggia la sua tesi?

Premesso che il celebre manuale di belle maniere, redatto tra il 1551 e il ‘55 e pubblicato postumo nel ’58, fu dedicato a Galeazzo Florimonte, vescovo di Aquino e poi di Sessa, «a petizion del quale e per suo consiglio» il Della Casa si era dedicato al suo fortunato trattatello, il cui titolo deriva proprio dal nome latinizzato del vescovo, Galeatus, l’autrice si chiede, legittimamente, come mai l’autore lo intitolò “Galateo” e non piuttosto “Galeato”? Così chiosa la Cavalera: «Per innocenti inversioni linguistiche maturate negli anni? O piuttosto per il preciso sotteso fine di richiamare, per coprirlo e colpirlo, il nome dell’umanista che tanto scandalo aveva portato negli ambienti del tempo per la sua lingua onesta e sciolta dalle ipocrisie contro una Chiesa debosciata?».

Siffatta spiegazione genera, però, una serie di interrogativi e di questioni di non secondaria importanza. Innanzitutto, presuppone che il Della Casa conoscesse le opere del nostro Galateo e, in particolare, questo dialogo satirico in latino, come la maggior parte dei suoi scritti, intitolato Eremita, di cui la Cavalera ci offre una bella e agile traduzione in italiano.

Per dipanare il presunto giallo soccorrono le pagine introduttive di questo libro pubblicato dalla casa editrice milanese Fermenti, in circolazione con notevole ritardo a causa della pandemia.

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Incontro con Pasquale Guaragnella – Galatina, 23 ottobre 2026

Questo video è un’appendice di quello pubblicato il 24 ottobre 2026, nel quale è riportata la presentazione del libro Illuministi meridionali avvenuta a Galatina il 23 ottobre 2026. In quest’appendice Pasquale Guaragnella illustra il sito di cui è direttore (www.illuministimeridionali.it) e anticipa qual è l’attuale oggetto dei suoi studi. Buona visione.
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Palestina libera tutta. Poesie di Gaza. Il loro grido è la mia voce

di Maurizio Nocera

Gioiamo per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a NAVANETHEM (Navi) PILLAY, magistrata sudafricana, giudice della Corte Penale Internazionale.

Poesie da Gaza. Il loro grido è la mia voce (Fazi editore, 2025, pp. 144) è un libro di poesie con testi di Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhhttab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali, Refaat Alareet.

Sono tutte poesie struggenti, che toccano il profondo del Sé. Sono poesie di giovani poeti palestinesi di Gaza, che hanno visto la morte falciante. Sono poesie che l’umanità non potrà dimenticare. È il dolore di un popolo che viene quotidianamente annientato dalla ferocia sionistica-israelitica più bieca e disumana. Gaza è ferita a morte e gli assassini se la ridono. Quanto durerà ancora questo massacro? Mi auguro non per molto. Verrà il giorno in cui il genocidio del popolo palestinese inevitabilmente annienterà per sempre il sionismo israelita.

La Prefazione a questa raccolta poetica è di Ilan Pappé («professore di Storia dell’Istituto di Studi Arabi e Islamici, direttore del Centro Europeo per gli Studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter, qui tradotto da Enrico Terrinoni). Scrive:

«Le poesie raccolte nel presente volume aprono uno scorcio su questa parte di sofferenza e resilienza umane di fronte al genocidio. Sono a volte dirette, altre volte metaforiche, estremamente concise o leggermente tortuose, ma è impossibile non cogliere il grido di protesta per la vita e la rassegnazione alla morte, inscritte in una cartografia disastrosa che Israele ha tracciato sul terreno./ L’aspetto più inquietante di ciò che accade dal 7 ottobre 2023 è il silenzio e l’indifferenza dell’Europa. Forse questa raccolta contribuirà a erodere in qualche misura lo scudo di silenzio e disinteresse che garantisce immunità ai responsabili del genocidio di Gaza» (p. X).

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Nuovo Zibaldone Salentino XXXI

di Gianluca Virgilio

Verso il silenzio. Lo so che prima o poi arriverà il momento in cui dovrò ammettere, in primo luogo a me stesso, che non ho più niente da dire. Forse lo dirò in altro modo: non c’è più niente da dire! La differenza: “non ho” significa che la sindrome della pagina bianca si è impossessata di me, mentre “non c’è” significa che un’esperienza di vita è finita, a prescindere dalla mia volontà, inghiottita dal silenzio dove vanno a finire tutte le parole. Potrei spacciare una cosa per un’altra, in fin dei conti l’esito non cambia. Comunque ciò accada, e forse sta già accadendo, sarei felice che la volontà di dire non ci si mettesse di mezzo, che non insistesse con inutili argomenti sulla necessità di dire. Mi piacerebbe non dire più e basta, senza ulteriori recriminazioni, con una presa d’atto di un evento normale della vita di tutti gli esseri viventi, uomini, animali, piante, che a un certo punto smettono di parlare o di emettere richiami o di frusciare, e tacciono.

***

Mostro economico. Secondo Bloomberg Billionaires Index, una classifica che traccia le 500 persone più ricche del mondo, la ricchezza netta di Elon Musk ha superato i 1.040 miliardi di dollari (trilionario) e il valore di SpaceX, di sua proprietà, potrebbe presto diventare superiore all’economia globale, secondo le dichiarazioni ottimistiche dello stesso miliardario. Insomma, una sola persona potrebbe essere più ricca dei nove miliardi circa di persone che vivono sulla faccia della Terra. A questa mostruosità economica ha portato la finanziarizzazione dell’economia capitalistica odierna; sicché non si tratta più di contrastare, come ai tempi di J.J. Rouseau, la diseguaglianza tra gli uomini come fonte di tutti i mali, a cui si poteva tuttavia porre rimedio con la redistribuzione della ricchezza, ma occorre immaginare un modello di sviluppo diverso, alternativo rispetto a quello ora vigente. Solo gli Stati possono incarnare questo modello e porre un limite allo sviluppo incontrollato della finanziarizzazione, sempre che non siano già stati fagocitati dai grandi gruppi privati. Solo se lo Stato si farà carico del bene comune, potremo vedere l’esplosione di una grande bolla finanziaria. Allora i vari Elon Mask saranno ridotti presto come palloni sgonfiati.

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Daniele Novara: i genitori? Crescano per primi!

di Adele Errico

La nuova generazione è quella che gli adulti definiscono apatica, dipendente dai social. La generazione che non ha voglia di studiare o di lavorare. Ma è la stessa generazione che in questi giorni scende in strada, facendolo come non accadeva da tempo. Stanca di studiare in scuole che crollano e di lavorare con stipendi insufficienti a garantire una vita dignitosa. La generazione che vede sgretolarsi le garanzie per il futuro. E che, tuttavia, ha bisogno di qualcuno che la aiuti a trovare la direzione giusta per camminare verso il futuro: talvolta la protesta degenera e non c’è giustificazione per la violenza. La funzione educativa dei genitori può avere un peso decisivo nelle scelte dell’età del cambiamento. Genitori che, però, in questo tempo attuale, si rivelano fragili, bisognosi di essere indirizzati a loro volta.  Daniele Novara, pedagogista, counselor e formatore, da anni studia il mondo dei giovani e dei loro genitori, offrendo punti di vista innovativi ed estremamente concreti.

“Daniele Novara, quale crede sia la più grande difficoltà di essere genitori oggi?”

“Oggi i genitori tendono a mettersi al pari dei figli. È cresciuta molto l’intimità, per cui i ruoli spesso si confondono e i genitori fanno fatica a capire le fasi di crescita dei figli, trattandoli da grandi quando sono piccoli e viceversa. Il rischio è che venga meno il ruolo educativo. Una volta era più facile perché ognuno tendeva a stare al suo posto: il padre non doveva dimostrare di saper fare il padre, ma era una società intera a costruire per lui la figura paterna. Il papà si è trasformato da padre-padrone a compagno di giochi. Una trasformazione che, ovviamente, non sta funzionando”.

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La strada fallimentare degli incentivi a pioggia alle imprese

di Guglielmo Forges Davanzati

La prossima Legge di Bilancio riproporrà una lunga e ricorrente coazione a ripetere – più che trentennale – della politica economica italiana: gli incentivi a pioggia alle imprese. Si tratta di una congerie di agevolazioni, contributi a fondo perduto e crediti d’imposta elargiti alle imprese private, sotto forma di una molteplicità di sussidi di entità limitata, privi di coordinamento e concessi in assenza di una chiara selezione dei settori strategici e di una verifica sistematica dei risultati ottenuti. È una spesa ingente: nel Documento programmatico di bilancio si stanzia un importo complessivo di misure di sostegno alle imprese nell’ordine di 3,4 miliardi, per maggiori spese e minori entrate, pari a circa il 15% della manovra.

Il bilancio complessivo di oltre trent’anni di ricorso generalizzato agli incentivi è tutt’altro che incoraggiante. Non emerge un miglioramento strutturale degli indicatori che queste politiche avrebbero dovuto sostenere: né degli investimenti, né della spesa in innovazione, né dell’occupazione. La formazione lorda di capitale fisso è rimasta sostanzialmente stabile in rapporto al PIL negli ultimi tre decenni (era pari al 21,9% del PIL nel 1992 ed è stata del 22% nel 2024). Nello stesso periodo, la spesa in ricerca e sviluppo è rimasta sistematicamente inferiore alla media europea e le esportazioni nette di beni ad alta intensità tecnologica non sono aumentate. Tra il 1995 e il 2024, la produttività del lavoro è cresciuta in media appena dello 0,3% all’anno, a fronte dell’1,5% nell’UE-27.

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Elogio del glabro

di Paolo Vincenti

     Appassionato da sempre della classicità greca e latina, da ragazzo ero affascinato dai filosofi greci che portavano tutti la barba, sicché pensavo che anch’io nell’età adulta la avrei portata. Nella storia, la barba incornicia il volto di re, cavalieri, eroi. In effetti, la barba aggiunge fascino all’uomo maturo, dona un’immagine di austerità, compostezza, infine saggezza. E proprio qui casca l’asino[1]. Non è affatto scontato che la barba sia sinonimo di saggezza. Il poeta del Paese di Cuccagna accosta la saggezza all’età giovanile e dice: “Barba grande non significa saggezza/Se i barbuti fossero saggi, / Caproni e capre lo sarebbero anch’essi/ Non date valore alla barba/ Molti l’hanno grande ma l’intelligenza è piccola”[2]. In generale nei fabliaux, genere nel quale ricade Il Paese di Cuccagna, gli eroi sono sempre giovani e belli, invece i vecchi sono brutti e sgradevoli e ad essi vengono riservati dei ruoli marginali o da cattivi. Nel Basso Medioevo, la barba era decisamente demodè. “Il disprezzo nei confronti della barba può avere un duplice significato. Da un lato, all’epoca del fabliau de Cocagne, metà del XII secolo, quella concezione esprimeva la nuova moda di tagliarsi la barba e di criticare chi alla vecchia maniera si teneva la barba lunga. D’altro lato… la barba di quei versi diveniva più metonimica di età adulta che realtà fisica, in quanto l’abitudine di portarla lunga era stata superata nell’Occidente cristiano dal 1220 circa”. Così spiega Franco. “Il valore sociale e morale della barba era stato per molto tempo riconosciuto da autorità cristiane come Agostino e Isidoro di Siviglia, e su questa base un dipinto murale francese attribuiva la barba ad Eva appena creata, e la privava di questa dopo il peccato originale[3]. Ma in generale la posizione della barba nella scala dei valori decadeva a partire dall’epoca carolingia e soprattutto a partire dalla fine del XII secolo, quando i laici adottarono l’abitudine ecclesiastica di radersi. Nel processo di presa di coscienza della cristianità occidentale, strettamente associato alle Crociate, la barba incominciò ad essere considerata caratteristica degli ebrei, dei musulmani e dei bizantini.

Nella rottura fra la chiesa occidentale e quella orientale, ebbe una certa influenza l’usanza del clero bizantino di portare la barba, e di quello romano di tagliarla. Come spiegano Bréhier e Constable[4], agli inizi del XIII secolo, l’abate cistercense Richalm di Schonthal fu chiamato ebreo a causa della sua barba. Poco tempo dopo Federico II proibiva agli ebrei di tagliarsi la barba per non essere confusi con i cristiani[5].

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Giugno 1919. L’inaugurazione della tribolata linea ferroviaria Casarano-Gallipoli

di Roberto Orlando

     La linea ferroviaria Casarano-Gallipoli, realizzata a partire dal 1913 e lunga 22,03 chilometri, venne inaugurata domenica, 8 giugno 1919. Fu vivamente voluta e sollecitata agli organi competenti dalla Società delle Ferrovie Salentine e da influenti rappresentanti politici e amministrativi locali, quali gli onorevoli Antonio De Viti De Marco, Carlo Fumarola e Alfredo Codacci Pisanelli, l’avv. Pompeo Nuccio, il dott. Vincenzo Scategni, il dott. Alberto Laviano e il cav. G. B. De Donatis, al fine di favorire il trasporto dei prodotti agricoli dell’area compresa tra il Capo di Leuca e Casarano verso il suo porto naturale di Gallipoli.

     La cronaca dettagliata dell’evento fu riportata dal settimanale La Provincia di Lecce (a. 25, 15 giugno 1919) e sommariamente da altri periodici salentini.

     La mattina dell’8 giugno, alle ore 8, partì dalla stazione di Lecce per Casarano un treno speciale con numerosi invitati, tra i quali figuravano: il prefetto comm. Caruso, il presidente della Deputazione Provinciale conte Balsamo, il Regio Commissario del Comune di Lecce comm. Lozzi, l’on. Fumarola, il presidente del Tribunale cav. Masucci, l’ispettore capo del Circolo ferroviari di Bari comm. De Santis, il direttore delle Ferrovie Salentine ing. Camponovo, il direttore delle costruzioni ing. Bonifacio, il direttore dei lavori della nuova linea ing. Tanzarella, il presidente della Società dei Commercianti cav. Zaccaria Pesce, il deputato provinciale avv. Manfredi, l’ispettore delle Poste cav. Conte e una schiera di funzionari, ingegneri, impiegati delle Ferrovie Salentine e dello Stato, nonché una folta rappresentanza della stampa salentina.

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Presentazione di Eugenio Imbriani, Breve storia del tarantismo – Tricase, 31 ottobre 2026


Il 31 ottobre a Tricase (Le), sede di Liquilab, ore 18.00.
Il tarantismo è un fenomeno estremamente complesso che ha almeno sette secoli di storia. Il suo nucleo essenziale risiede nella credenza che in Puglia un animale, denominato tarantola, attraverso un morso o una puntura determini nella sua vittima uno stato morboso curabile attraverso la musica e la danza. In realtà, la faccenda è molto più complicata e si sottrae alle facili semplificazioni. Il fine di questo libro è presentare al lettore le questioni che si sono aperte nel plurisecolare dibattito sul tema, che ha coinvolto, in tutta Europa, un numero altissimo di medici, filosofi, letterati, antropologi; il mezzo è ripercorrere con sguardo critico le principali fonti che ci parlano del tarantismo. 
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Il mio geco non dorme…

di Eugenio Imbriani

Il mio geco consigliere, con le temperature ancora alte, non ha nessuna voglia di mettersi a dormire, e segue un po’ i fatti di questo mondo e le sue stranezze. E mi fornisce qualche osservazione non peregrina, così mi pare. Ne riferisco due.

La prima: il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa si è arrabbiato proprio di brutto, minacciando querele e pretendendo le scuse, con una brava storica, docente universitaria, Michela Ponzani, negandole, tra l’altro, il titolo di professoressa, che in una trasmissione televisiva ha ricordato la sua partecipazione, il 12 aprile 1973, a un corteo neofascista non autorizzato, che causò devastazioni e da cui partì una bomba a mano che uccise un giovanissimo agente. La professoressa gli ha risposto per le rime, ricordandogli che dovrebbe, eventualmente, querelare gli archivi che conservano la documentazione relativa a quegli avvenimenti e tutti i libri, i giornali, gli autori che li hanno raccontati. Ora, dice il geco, se il senatore Ignazio Benito non voleva che la notizia di quei trascorsi, peraltro conosciuta, divenisse virale sui mezzi di comunicazione e in particolare sui social, gli sarebbe bastato stare zitto; in fondo quella trasmissione non è la più seguita e i fatti raccontati sono chiari, invece lanciando minacce ha amplificato la notizia e, inoltre, è possibile che sia lui a beccarsi la querela. Il geco vorrebbe abbracciare la professoressa Ponzani, ma teme che lei non apprezzerebbe.

La seconda osservazione riguarda la legge elettorale che prevede, come è noto, un premio di maggioranza per la coalizione che vince le elezioni se raggiunge il 42 per cento dei consensi: 70 deputati alla camera e 35 al senato. Ora, poiché il numero complessivo dei deputati è 400 e dei senatori 200, il premio di maggioranza non può risultare un’aggiunta per i vincitori, ma di fatto si configura come una sottrazione per la coalizione che ha perso; il paradosso è che ben settanta deputati e trentacinque senatori regolarmente eletti, seppure nella coalizione di minoranza, non potrebbero sedere in parlamento e dovrebbero lasciare il loro seggio ad altrettanti candidati che nessuno ha eletto. Il suo commento conclusivo è devastante: se il governo e la maggioranza che lo sostiene sono pazzi, voialtri comuni umani italiani siete tutti scemi?

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Lettera 44 46. Soltanto quello che si apprende nei libri rimane nel tempo

di Antonio Errico

Da un’indagine condotta da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su un campione di 463 docenti di 34 università italiane, risulta, in sintesi, che la maggioranza degli studenti prepara gli esami utilizzando slide, appunti, dispense, sbobine, riassunti generati dagli algoritmi. Soltanto il 17% usa i testi di carta previsti dal corso. La conseguenza immediata e inevitabile, dicono i docenti,  è il tracollo della qualità dell’apprendimento, la fragilità della conoscenza, la ridotta capacità di analisi e di ragionamento critico, una preparazione nozionistica e superficiale, la difficoltà di collegare tra loro argomenti diversi, la scarsa comprensione dei concetti di base della materia.

Forse il motivo sostanziale della conseguenza consiste nella circostanza che soltanto il libro di carta consente di scendere nelle profondità dei significati, di ritornare sui concetti, di confrontare testi diversi. Per secoli è stato così; è ancora così. Come sarà domani non si può sapere. Forse s’inventeranno dispositivi che non riusciamo neppure a immaginare. O forse aveva ragione Umberto Eco quando diceva che il libro è come il cucchiaio, il martello, le forbici, la ruota, che una volta inventati non si può fare di meglio.

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Il viaggio dell’avventura: Odisseo

di Pietro Giannini


Testa di Ulisse rinvenuta nella Villa di Tiberio a Sperlonga

Il proemio dell’Odissea ci offre, subito all’inizio del poema, gli elementi essenziali per collocare nella giusta luce Odisseo e il suo viaggio. Ecco dunque i primi versi nella traduzione di Privitera[1]:

«Narrami, Musa, dell’eroe multiforme, che tanto

vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia;

di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,

molti dolori patì sul mare nell’animo suo

per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni».

Odisseo è qui caratterizzato come «multiforme» e «distruttore di Troia». Il primo epiteto, πολύτροπος, non è che un sinonimo dei più frequenti πολύμητις, πολύφρων, πολυμήχανος[2], ποικιλομήτης, suoi attributi già nell’Iliade, che fanno riferimento alla sua capacità di “trovare espedienti”. La seconda definizione sviluppa il concetto insito in un’altra qualità a lui pertinente, πτολίπορθος. In verità le due caratteristiche non sono sconnesse tra loro, se è vero che è stata la sua μῆτις a suggerire ai Greci l’inganno del cavallo di legno che ha consentito la conquista e la distruzione della città.

Ma nei versi citati si parla anche del viaggio di Odisseo: «tanto vagò […] di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell’animo suo per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni».

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Manco p’a capa 332. Festival della Scienza: poca ecologia. E il mare?

di Ferdinando Boero


Lo scorso anno ho tenuto una lectio magistralis al Festival della Scienza di Genova. Quest’anno non potevo essere invitato, per la politica di turnazione degli ospiti. Lo preciso subito: trovo giusto che si eviti che parlino sempre gli stessi. Vorrei invece riflettere su quali scienze trovino spazio in una manifestazione che si propone di raccontare il mondo attraverso la scienza.

Ho esaminato con attenzione titoli e relatori del programma 2026. Fisica, chimica, matematica, tecnologia, biologia strutturale, intelligenza artificiale e medicina sono ben rappresentate. Ho trovato poco nel campo dell’ecologia e delle scienze del mare. Qualcosa compare in mostre, laboratori e iniziative collaterali, ma nelle conferenze non compaiono il funzionamento degli ecosistemi e l’Oceano.
Eppure Genova deve tutto al mare. E le giovani generazioni hanno molto a cuore la crisi ambientale e le prospettive verso cui stiamo andando. Se l’interesse non manca, forse manca la capacità di trasformarlo in curiosità scientifica, di passare dalla denuncia alla comprensione.

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Lo stato dell’arte 10. “Un enterrement à Ornans” e “L’atelier du peintre”, storia e attualità di due dipinti di G. Courbet: tra realismo europeo e volontà di “creare arte vivente”

di Massimo Galiotta

fig.1 G. Courbet enterrement fase di restauro – Ph. M. Galiotta.

Contesto storico. A partire dalla primavera 2025 il Musée d’Orsay ha avviato i lavori di restauro di un dipinto fondamentale per le future sorti del realismo europeo. Per alcuni, ma la posizione è decisamente corretta, Un enterrement à Ornans (Un funerale a Ornans, 1849-1850) è stato il funerale del Romanticismo: un dipinto “troppo vero”. Del resto il Realismo, nato in Francia, sin dal 1840, si proponeva “di documentare la realtà senza giudizio soggettivo”; un movimento artistico-letterario che aveva le sue radici nel Positivismo, animato invece dall’estrema fiducia nel progresso raggiunto dall’umanità con la prima e soprattutto la seconda rivoluzione industriale. I realisti, dunque, abbandonano i soggetti storici e letterari – ripresi poi dai preraffaelliti inglesi – e si dedicano prevalentemente agli aspetti sociali, concentrandosi sulle problematiche della società contemporanea, come le tematiche legate al lavoro e allo sfruttamento della manodopera che ne derivava: una “rappresentazione oggettiva della realtà che andava resa così com’era, senza idealizzazioni o interpretazioni”, in pieno contrasto per esempio con gli orientalismi della pittura di moda (morellismo e fortunysmo sono l’esempio di quanto accadeva per esempio a Napoli, e non solo, negli anni appena successivi).

Sin dal 1855, il movimento figurativo realista iniziò dunque ad attecchire nell’Europa industrializzata, prima in Francia e in Inghilterra, poi Germania e anche in Italia: il motto per tutti era “fare dell’arte vivente”, come del resto aveva affermato proprio Courbet in occasione del suo “Pavillon du Réalisme” di quell’anno, allestito a sue spese come segno dell’evidente disappunto per essere stato escluso dalla prima Exposition Universelle di Parigi. In realtà, nella narrazione di “Histoire d’un enterrement à Ornans”, è raffigurata la sepoltura a terra delle spoglie di un concittadino del pittore: un fatto realmente accaduto a cui Courbet prese parte.

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Attività in Crusca 6. Via l’italiano dall’università? E se scoprissimo che funziona meglio dell’inglese?

di Rosario Coluccia

Un articolo di Renato Mazzoncini, apparso sul “Corriere della Sera” del 18 agosto, avanza proposte per favorire l’ingresso nel nostro Paese di un’immigrazione qualificata: per un reale mercato unico europeo “occorre rimuovere barriere burocratiche, fiscali e linguistiche”. Tra le proposte avanzate (semplificare i visti, legalizzare i documenti di studio esteri e la conversione dei titoli, incrementare gli studentati per fuori sede, ecc.) una riguarda esplicitamente l’università e le istituzioni che si occupano di questioni linguistiche (come l’Accademia della Crusca): “costruire un’offerta molto più ampia di corsi, anche triennali, interamente in lingua inglese”.

Non si tratta di una proposta nuova (ad essa ha prontamente replicato Michele Gazzola in una “Opinione” apparsa sull’edizione online dello stesso “Corriere” il 21 agosto [www.corriere.it/opinioni], mettendone in luce molti aspetti problematici): l’istituzione di corsi interamente in lingua inglese rimonta agli anni dieci di questo secolo, ve ne sono in molte università e, per dirla tutta, non hanno generato un aumento consistente delle iscrizioni di studenti stranieri nelle nostre università, come del resto le statistiche fornite dallo stesso Mazzoncini testimoniano in maniera inequivocabile; sono stati tenuti, nella loro stragrande maggioranza, da docenti italiani anche a studenti italiani, che avrebbero potuto comunicare tra loro (con miglior profitto) in italiano. Da subito apparve evidente il rischio connesso alla sostanziale, progressiva espulsione dell’italiano dall’università (questa è la conseguenza), in corsi (che magari parlano di Dante o di Montale, di Caravaggio o di Verdi o di Luchino Visconti, di Balzac o di Kant) rivolti agli studenti stranieri e obbligatoriamente frequentati anche da studenti italiani, tutti danneggiati dall’erogazione in inglese che appiattisce i contenuti (come si vedrà dopo).

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Inchiostri 192. Neri Pozza: “Profilo di Vicenza”

di Antonio Devicienti

Nel 1973 Neri Pozza eseguiva questa incisione dedicata alla città che amava; in quel decennio non si era ancora imposto nella lingua italiana il vocabolo “skyline” che, assieme ad altre decine di vocaboli ed espressioni anglosassoni, ha colonizzato il lessico italiano contemporaneo, devastandolo –

Neri Pozza intitola l’incisione “Profilo di Vicenza” ricorrendo a un vocabolo (bellissimo) che fa pensare anche al profilo di un volto umano, dichiarando così l’amore incondizionato per la sua città che, per lui, era organismo vivente e pensante. Le sue sculture, le sue incisioni, la Casa Editrice, i suoi libri sono un unico atto d’amore per la libertà, per la bellezza, per il pensiero. Ed è per questo che, percorrendo e ripercorrendo il profilo di Vicenza, nel delicato alternarsi e dialogare di neri e di grigi, di volumi e di spazi prende forma la parola contemplazione.

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