di Antonio Devicienti
Temo che il nome di Lorand Gaspar (1925-2019), uno dei più interessanti
poeti di lingua francese del Novecento, sia quasi sconosciuto in Italia.
Intorno al 1990 egli scatta questa foto del Deserto della Giudea –
Lorand Gaspar è medico chirurgo (ha esercitato negli ospedali di Gerusalemme,
Betlemme e Tunisi), poeta appunto, e fotografo, ama la gente che incontra e
quella che, nell’esercizio della professione, cura; parla correntemente l’ebraico
e l’arabo, studia entrambe le lingue oltre che quelle antiche (ed estinte)
della regione, ma estende i suoi interessi anche alle lingue e alle culture
moderne e antiche dell’Egitto e della Mezzaluna fertile; quando può percorre
gli spazi del Vicino Oriente, ne scrive, li fotografa.
Quest’inchiostro ha scelto una fotografia (Gaspar preferisce il
bianco e nero) che probabilmente sa dire moltissimo della sua predilezione per
gli spazi aperti e vasti del deserto, luogo che, come la pagina che attende la
scrittura, non è affatto né vuoto, né sterile, né silenzioso, ma
incredibilmente colmo di vita.
Lo sanno bene da generazioni che vi si sono avvicendate per millenni
coloro che vivono nel deserto, che ne attendono la fioritura dopo la pioggia,
che lo percorsero e lo percorrono, che lo rispettano.
Lorand Gaspar guarda con occhio non di colonizzatore, ma di uomo libero
tra uomini liberi, ascolta e vede la sapienza di spazi di vertiginosa
antichità.
«Ce que cherche ma parole sans cesse interrompue, sans cesse
insuffisante, inadéquate, hors d’haleine, n’est pas la pertinence d’une
démonstration, d’une loi, mais la dénudation d’une lueur imprenable,
transfixiante, d’une fluidité tour à tour bénéfique et ravageante. Une
respiration» in Sol absolu et autres poèmes, Gallimard
“Quel che cerca la mia parola sempre interrotta, sempre
insufficiente, inadeguata, affannata, non è la validità di una dimostrazione,
di una legge, ma la messa a nudo di un bagliore inafferrabile, lancinante, di
una fluidità di volta in volta benefica e devastante”.