Comunicato stampa Presentazione di Pasquale Guaragnella, Illuministi meridionali Venerdì 23 ottobre 2026, alle ore 18:00, presso la Sala lettura della Libreria Viva, via Liguria 73, a Galatina, Pasquale Guaragnella, professore emerito di Letteratura italiana presso l’Ateneo barese e attualmente direttore del sito Illuministi Meridionali (www.illuministimeridionali.it/), presenterà il suo ultimo libro intitolato Illuministi meridionali. Indagini su lessico e stili di pensiero, Pàtron Editore, Quarto Inferiore – Bologna 2026. Gli studi del prof. Guaragnella spaziano dagli autori del Seicento (Sarpi, Galileo, Basile) a quelli dell’Otto-Novecento (Labriola, De Roberto, Pirandello, D’Annunzio, Ungaretti, Sbarbaro, Vittorini, Fenoglio), passando per il Settecento, il secolo dei lumi, a cui ha dedicato nel 2015 il volume dal titolo “È delle parole, quel che dei colori”. La ragione retorica da Giambattista Vico a Gaetano Filangieri (Franco Angeli). L’opera presentata, Illuministi Meridionali, costituisce dunque un ritorno, o meglio una continuazione, della riflessione di Guaragnella sui temi relativi all’età dell’Illuminismo. Essa raccoglie studi perlopiù già editi in volumi collettanei degli ultimi quindici anni, dal 2010 al 2024, che ora appaiono ricomposti in un progetto unitario, un grande affresco del pensiero illuministico meridionale, il cui messaggio non va relegato in un’età remota, il Settecento, ma ha molto da dire ai nostri contemporanei. Dialoga con l’Autore Gianluca Virgilio. Vi aspettiamo numerosi.
Sommario. Manuele Comneno è una di
quelle personalità smisurate che ogni tanto si affacciano sul palcoscenico
della storia. Personaggio interessante, sfaccettato, controverso, ha rivestito
un ruolo importantissimo nell’ultima età dell’Impero bizantino e con le sue
campagne belliche, il suo governo assolutistico, nonché con i clamori della sua
vita privata, si è guadagnato uno spazio non indifferente nelle cronache coeve
e nei manuali di storia contemporanei. Il saggio offre un focus sulla sua
partecipazione alla campagna militare di Puglia, che vide contrapposte le mire
delle principali potenze dell’epoca, ovvero il Regno di Sicilia, l’Impero
tedesco e appunto l’Impero bizantino.
Parole chiave. Manuele Comneno, Puglia,
Regno di Sicilia, Impero tedesco, Impero bizantino
Abstract. Manuel
Comnenus is one of those larger-than-life figures who occasionally appear on
the stage of history. An
interesting, multifaceted, and controversial figure, he played a crucial role
in the final years of the Byzantine Empire. His military campaigns, his
absolutist rule, and the outcry of his private life earned him considerable
prominence in contemporary chronicles and history textbooks. This essay focuses
on his participation in the Apulian campaign, which pitted the main powers of
the time against each other: the Kingdom of Sicily, the German Empire, and the
Byzantine Empire.
Keywords. Manuel Comnenus, Apulia, Kingdom of Sicily, German Empire, Byzantine Empire.
LA VITA E LE IMPRESE
Nato nel 1118, Manuele era figlio di Giovanni II Comneno, Imperatore di Bisanzio (1118-1143). All’inizio del 1143 Giovanni II partì con i suoi figli per riprendere il pieno controllo della regione di Attalia, contro i Turchi Selgiuchidi. Aveva già liberato nel 1137 la Cilicia e poi era intervenuto su Antiochia costringendo il suo signore Raimondo di Poitiers a dichiararsi vassallo del Basileus. Nel 1140 aveva stretto accordi con l’Imperatore d’Occidente, Corrado III, contro Re Ruggero II di Sicilia che vantava diritti su Antiochia. Intendeva anche marciare su Gerusalemme ma la morte stroncò i suoi piani. Ad Attalia, il primogenito, Alessio Comneno, erede al trono, che si era ammalato durante il viaggio, morì a causa di una febbre. Così erede al trono diveniva Andronico. Giovanni ordinò ad Andronico e Isacco di trasportare le spoglie del fratello a Costantinopoli ma nel corso del viaggio anche Andronico si ammalò e morì. Nel marzo del 1143 si ammalò gravemente anche Giovanni, a causa di un’infezione dovuta ad una ferita durante una battuta di caccia (secondo alcuni vittima di un complotto). Il padre proclamò Manuele imperatore bizantino preferendolo ad Isacco, pochi giorni prima di morire[1].
Raimondello Orsini Del Balzo è stata una delle figure più importanti nella storia del Mezzogiorno tra il XIV e il XV secolo, ma di lui non c’è traccia nell’archivio del Regno di Napoli (sono scomparsi tutti gli atti della sua amministrazione non solo come feudatario della contea di Soleto, che aveva occupato militarmente ma anche come Principe di Taranto), probabilmente perché cancellate ad arte, una sorta di damnatio memoriae ordinata dal re Ladislao I, con cui ci furono molti dissapori. Ma grazie alla Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, – unica in Italia e in Europa – sostiene Dinko Fabris – per la ricchezza degli strumenti musicali medievali nei suoi affreschi, una vera e propria Bibbia pauperum, un abbecedario di storie bibliche e agiografiche, adattato con fine intuito alla capacità intellettiva di tutti, – troviamo la sua immagine, la sua tomba, e rimane ancora vivo il suo nome, insieme a quello della moglie, contessa di Lecce Maria D’Enghien e del figlio, Giovanni Antonio, che completarono la basilica ed ebbero la straordinaria intuizione di chiamare maestranze di scuola senese e un artista come Roberto d’Arezzo, di scuola giottesca, che contribuì non poco a realizzare una delle magnificenze dell’arte italiana, seconda solo alla Basilica di San Francesco d’Assisi.
La Basilica di San Marco al Campidoglio (o semplicemente Chiesa di San Marco o Basilica di San Marco) è un grandioso edificio sacro di Roma sito in piazza San Marco, di fianco a Palazzo Venezia. Dedicata al Santo Evangelista che, secondo la tradizione, avrebbe vissuto nei pressi durante la sua visita a Roma, probabilmente tra il 60 e il 64 dopo Cristo; la chiesa fu costruita nel 336 da papa Marco nel luogo di un preesistente oratorio; fu restaurata nel 792 da papa Adriano I, ma nell’883 papa Gregorio IV decise di ricostruirla. La chiesa mantenne poi l’aspetto attuale, a meno dell’aggiunta del campanile nel 1154 e della loggia delle benedizioni in facciata, realizzata in stile rinascimentale per volere di papa Paolo II, nel 1455-1470. L’aspetto attuale della chiesa è legato al restauro iniziato nel 1654-1657 e completato nel 1735-1750 dal cardinale Angelo Maria Querini (1680-1750), al quale venne data l’impronta barocca che la basilica conserva ancora. La facciata della chiesa, costituita da una loggia per le benedizioni simile a quelle di San Pietro e San Paolo, fu costruita nel 1466 ed è attribuita a Leon Battista Alberti (1404-1472), anche se la storiografia recente la attribuisce a un seguace, Francesco del Borgo (1415-1468).
Il 1° luglio 1440 viene creato cardinale Pietro Barbo dal papa Eugenio
IV. Pietro Barbo, nato a Venezia il 26 febbraio 1418 da una ricca famiglia di
commercianti avrebbe dovuto darsi al commercio, ma lo zio, papa Eugenio IV
(1431-1447) lo avviò alla carriera ecclesiastica; a soli vent’anni aveva già
ricevuto la porpora cardinalizia. Inizialmente gli venne assegnata la diaconia
di Santa Maria Nova al Foro, per poi passare nel 1451 al titolo presbiteriale
di San Marco, evento che diede ufficialmente il via all’idea di ampliare la sua
dimora medievale e iniziare i lavori del futuro palazzo Venezia.
Giuseppe Checchia nacque a Biccari (FG) il 3 agosto 1860 da Michele e Nicoletta Ziccardi. Era coniugato con Calliope De Bella (figlia del sociologo, filosofo e intellettuale positivista Antonio, originario di Nicotera, 1850–1912), una donna molto colta che collaborava con importanti periodici di arte e di letteratura. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Dante, Maria, Iole, Armando.
Il
Checchia svolse diversi ruoli nell’ambito dell’istruzione: fu direttore
didattico, ispettore scolastico, professore di Lettere italiane nelle Scuole
Normali e Tecniche. In qualità di insegnante, trascorse una vita alquanto
avventurosa, girando per tutta la penisola. Fu infatti in Capitanata, in
Sicilia, nel Lazio, nel Bergamasco, in Toscana, a Napoli, dove trascorse gran
parte della sua vita, a Lecce, dove nel primo decennio del Novecento insegnò nella
Scuola Tecnica “Luigi Scarambone”, ovunque lasciando i frutti del suo
insegnamento e cogliendo a motivo di studio aspetti estetici locali e problemi
storici fondamentali. Andò in pensione a
70 anni, nel 1930.
Quantunque avesse vissuto solo fino all’adolescenza nella sua terra
d’origine, rimase sempre affezionatissimo alla Capitanata e alla Puglia in
genere. Ce lo testimoniano alcuni suoi lavori, come i sonetti sulla leggenda di
Uria e sul paesaggio garganico, i versi sul castello di Lucera ed altre liriche,
che nell’intenzione dell’autore dovevano confluire nella raccolta Paesaggi
pugliesi. Molto indicativa la sua raccolta Cronaca letteraria dellaProvincia
di Capitanata, dove vengono passati in rassegna personaggi illustri del
territorio, quali lo storico illuminista Pietro Giannone, il giurista e
politico Luigi Zuppetta, lo storico e politico Ruggiero Bonghi, giornali,
istituti scolastici, libri. Altra prova di attaccamento alla sua terra natia fu
quella di voler destinare la sua ricca biblioteca, comprendente un cospicuo
epistolario con una fitta corrispondenza con celebri poeti, scrittori,
filosofi, pedagogisti, politici, a quella comunale di Lucera.
Al X World Short Film Festival di Roma, festival internazionale dei cortometraggi, il film scritto e diretto da Raffaele Gemma “VITE D’ARTISTA-Trasfigurazioni”, con Renato Grilli (Progetto-Artec Production; Produzione esecutiva : Pulsar Studios Lecce) ha ricevuto il 10 ottobre 2026 il primo premio come Outstanding artistic docu-film. Il film, come si ricorda, fu proiettato circa un anno fa in anteprima assoluta al Cinema Teatro “Cavallino Bianco” di Galatina nell’ambito di Syncronicart-6, la sesta edizione della biennale di arte contemporanea nel Salento, a cura di Raffaele Gemma e Massimo Guastella. “Il cortometraggio – spiega Gemma – è stato girato interamente nel Grande Salento a Galatina, Caprarica di Lecce, Sternatia, Martano, Sogliano Cavour, Ceglie Messapica, Palagianello, come salentina e composta tutta da professionisti è la troupe che è stata impegnata nelle riprese”. Dalla sua uscita il corto ha ottenuto svariate nomination come finalista in alcuni tra i più importanti festival nazionali, da “Onirica” di Carrara al “Lecce Film Festival”, fino al “Ferrara Film Festival”. Inoltre Renato Grilli, abruzzese d’origine ma oramai salentino d’adozione, visto che da molti anni si è stabilito nel nostro territorio, ha ricevuto anche una nomination come miglior attore al “Golden Short Film Festival” di Avezzano. Ora il conferimento del primo premio al cortometraggio di Gemma, che è opera-prima, in una prestigiosa rassegna internazionale, accanto ad autori provenienti da ogni parte del mondo, va a costituire il giusto coronamento di tutto il lavoro svolto nella rassegna in cui fu concepito, vale a dire Syncronicart-6, che ha coperto un arco di tempo di oltre 12 mesi, con varie iniziative culturali svolte in successione a Galatina.
“Horcynus orca” di Stefano D’Arrigo, opera monumentale e analitica fino al midollo e oltre, innovativa sul piano della lingua, ricchissima di forme lessicali ibridate, di metafore allusive, è un tesoro di sorprese e meraviglie. Ma non sono la persona più adatta a parlarne, se non per esprimere una totale ammirazione. Non avevo mai aperto questo libro, sebbene tante volte lo avessi incrociato, ma le notti estive, anch’esse calde, invitano a letture prolungate, fino alla sazietà. L’azione si svolge nell’autunno del 1943 sulle coste siciliane dello Stretto, lo scillecariddi, occupato dagli inglesi che impediscono le traversate e la pesca per i Cariddoti diviene impossibile. Le stesse fere, i delfini, giocano a irridere i pescatori a secco. Lì, arriva da chissà dove un bestione enorme, un’orcaferone, un’orca e succedono un po’ di cose. Il giovane ‘Ndrja Cambria, in fuga come tanti soldati dopo l’armistizio dell’8 settembre, raggiunge avventurosamente il villaggio, di notte, si avvicina a casa e sente suo padre Caitanello che parla alla moglie morta tanti anni prima, l’Acitana; è una parte bellissima e commovente del romanzo. ‘Ndrja ricorda che da piccolo li sentiva bisbigliare la notte nella cameraperdormire. Sua madre cercava di calmare e consolava Caitanello preoccupato quando il mare sembrava voler nascondere i pesci e le barche uscivano a vuoto. L’Acitana usava allora espressioni che il piccolo ‘Ndrja non comprendeva appieno, sapeva creare un’atmosfera da milleunanotte, fiabesca, invitava il marito cominciando: Granvisire… Io ho provato a ridurre quella intima conversazione nello spazio di un sonetto:
[Pubblico qui i miei Scritti cittadini, apparsi su vari fogli locali dal 2003 al 2008 e riuniti in volume presso Santoro di Galatina nell’anno 2008]
Il giornale “il Galatino”
compie quarant’anni! Per Giove, è una bella età! Forse in provincia, dico nei
paesi della provincia leccese più o meno popolosi come Galatina, non c’è
l’eguale!
23 dicembre 1968: un manipolo di volonterosi, diretti da Antonio Antonaci (direttore responsabile Renzo D’Andrea), per i tipi dell’Editrice Salentina, dà alle stampe il primo numero de “il Galatino”, “Quindicinale salentino d’informazione”, come recita il sottotitolo: Salvatore Bello, Piero De Paolis, Arnaldo Legittimo, Carlo Caggia, Zeffirino Rizzelli, Salvatore Ferrol, A. M. Debonis. Titolo d’apertura a caratteri cubitali: Il Papa a Taranto, firmato da Salvatore Bello. Ma è l’editoriale di Antonio Antonaci, dal titolo Premessa, che dà il la al giornale. In esso non solo si dà ragione del titolo del periodico (Galatino è, dice Antonaci, l’attributo che “ha sempre distinto la nostra città da altri centri viciniori”) ma si motiva la nascita del nuovo foglio: in concomitanza con l’esplosione demografica galatinese, “… i problemi cittadini si vanno sempre più ampliando e rendono ogni giorno più complessi innumerevoli altri fattori che devono starci a cuore. L’edilizia, la Scuola, la viabilità interna, le strutture e le infrastrutture alberghiere, l’igiene, l’industria, i consumi, l’incremento commerciale con le relative sedi di “mercato”, l’emigrazione e la maggiore occupazione, specialmente nel settore dell’agricoltura, la ridistribuzione della città in nuove e più adeguate circoscrizioni parrocchiali (perché la vita religiosa è anch’essa termometro di civiltà d’un popolo), lo sport, le vie di comunicazione terrestre e aerea, e quindi il turismo, la salvaguardia dei nostri inestimabili monumenti di arte: sono soltanto alcuni dei problemi che Il Galatino vuole agitare”.
Una immagine d’archivio del Bigo di Renzo Piano nel Porto antico di Genova.03 settembre 2015 a Genova.
ANSA/LUCA ZENNARO
Il Centro del Mare sul Waterfront di Levante è una splendida opportunità per Genova. Una Fabbrica di Idee dedicata a tutto ciò che ha a che fare con il mare: trasporti, energia, nutrizione, innovazione. Università, Istituto Italiano di Tecnologia, start up e imprese innovative sono chiamati a riempire di contenuti un edificio che dovrebbe diventare uno dei simboli della Genova del futuro.
Proprio per questo sarebbe un peccato commettere un errore già fatto a livello nazionale: pensare che la transizione ecologica sia soprattutto una transizione tecnologica. Quando nacque il Ministero della Transizione Ecologica, fu affidato a Roberto Cingolani rispecchiando questa impostazione. Cingolani aveva ideato l’Istituto Italiano di Tecnologia, definendone il primo piano strategico e dirigendolo per quasi quattordici anni, facendone un centro di ricerca di livello internazionale. La sua nomina esprimeva una grande fiducia nella capacità dell’innovazione tecnologica di fornire le soluzioni. L’ecologia rimase sullo sfondo. Non ripetiamo lo stesso errore con il Centro del Mare.
Genova possiede una grande tradizione nelle scienze marine, che continua nel presente. Oggi ci sono competenze nell’Università, nel CNR, nella Stazione Zoologica Anton Dohrn, nell’Istituto Idrografico della Marina, nell’Acquario e in altre realtà scientifiche, come ARPAL. L’Università ha già un Centro del Mare e il più grande dottorato italiano dedicato alle scienze e tecnologie marine. Le competenze ci sono, ma sono disperse in istituzioni e luoghi diversi.
Joyce
Carol Oates parte da lontano. La narrazione si spande come i cerchi che
increspano l’acqua limpida e immobile nella quale è stato gettato un sasso. Oates
parte dal cerchio più distante per poi arrivare all’origine del movimento, al
fulcro della narrazione, il perno che tiene insieme tutta l’impalcatura.
Tuttavia, i cerchi nell’acqua non costituiscono, probabilmente, la metafora più
adatta: troppo sinuosi, silenziosi, perfetti. Forse la narrazione di Oates
procede con la violenza di un vortice: pericoloso ma, soprattutto, improvviso. “Quando
apri un libro puoi essere chiunque. È come una finestra magica su un altro
mondo (…) a volte mi sento un essere neutrale, sento di non avere alcuna
personalità e in quanto priva di personalità posso essere chiunque”.
Crudele osservatrice della società americana, Oates racconta l’America senza
veli, senza luccichii, solo con il nero che la avvolge, con gli orrori, le
vergogne, i segreti nascosti dietro alle facciate perfette delle famiglie
borghesi. Dalla pubblicazione del primo romanzo, all’età di 26 anni, è
diventata una delle più prolifiche scrittrici del nostro tempo, ha pubblicato
più di cento libri – tra romanzi, saggi, racconti – e continua, ancora. Così,
Joyce Carol Oates mette il proprio corpo e la propria identità a servizio della
scrittura e può essere davvero chiunque voglia essere: può essere la più grande
diva di tutti i tempi (Blonde), o una sorella perduta (Sorella, mio
unico amore), o un vorace serial killer, moderno Dr. Frankenstein, spietato
creatore di fantocci (Zombie), o un sessantasettenne bianco picchiato
dalla polizia per aver tentato di impedire il pestaggio di un nero (La
notte, il sonno, la morte e le stelle) o un pugile prodigio (Sulla boxe)
e ancora molti altri personaggi, molte altre personalità, storie che orbitano
tutte insieme in un’unica, sconfinata dimensione, un’unica realtà: il lato
oscuro dell’America.
Nella presentazione al pubblico del romanzo storico di Lucio Maiorano, L’Enigma Matteo Perez de Aletium (Il Raggio Verde, Lecce, 2021, pp. 112), Raffaele Polo disse:
«Sembra incredibile che, per conoscere ed ammirare le opere pittoriche più importanti di un salentino, bisogna spostarsi a Malta, in Spagna e, addirittura, a Lima, nel Perù. […] Parliamo di Matteo Perez d’Aleccio, […] nato proprio ad Alezio, a due passi da Gallipoli. […] Il ‘Caravaggio salentino’ è raffigurato in un ritratto che gli schizza l’amico Jacopo Palma il Giovane, ed è questa l’unica immagine ufficiale che abbiamo di lui, artista e uomo del suo secolo, trascurato ingiustamente per oltre quattro secoli… Ma succede spesso così, dalle nostre parti: siamo noi a non conoscere i nostri più importanti antenati, magari nati per caso in un minuscolo centro trascurato anche dalle carte geografiche».
E, nella Prefazione al romanzo, lo stesso Polo scrive:
«Dobbiamo dire grazie al bravo Lucio Maiorano che ha dedicato le sue certosine ricerche per realizzare un esaustivo ritratto a rilievo di Matteo Perez che, dalle pagine di queto libro, prende vita e vigore, diventando il protagonista di un’intensa vita vissuta pericolosamente e dedita all’Arte. […] L’autore [si è sforzato] di gestire le scarne notizie che si hanno su Matteo Perez, con una rivisitazione ambientale, sentimentale e psicologica che è veramente molto intrigante e riesce a calare il lettore nel periodo storico così diverso e lontano da quello attuale, mantenendo una ricca sfaccettatura di considerazioni e moti dell’animo , realizzando una vera e propria ‘sceneggiatura’ degna dei migliori creatori di fiction» (v. Op. cit., p. 6).
[Per gentile concessione dell’autore, riportiamo qui parte di un più lungo saggio dal titolo Scrivere non è una questione da maschi pubblicato in Santa Chiara d’Assisi, Treccani. Grandi opere enciclopediche, 2026]
Scrivere per Francesco…
Scrivere per le donne è pericoloso, soprattutto se a farlo sono gli uomini. La scusa di proteggerle – una giustificazione di lunghissima durata, purtroppo, per dominarle e controllarle – e di permettere che esse si dedichino all’unica attività che compete loro nella Chiesa, la contemplazione, ha dato luogo a una delle battaglie più decisive della vita di Chiara, quella per la povertà. Non si tratta solo di una militanza religiosa a favore dell’eredità di Francesco interpretata in una maniera precisa. Certo, Chiara sembra allineata all’umore insoddisfatto di alcuni compagni del santo, che non si arresero allo sviluppo chiericale e potestativo dell’Ordine, e in particolare di frate Leone, che – forse in maniera ancora più drammatica di Chiara – dovette resistere fino al 1271, anno della sua morte. Ma non è solo questo. Da lungo tempo, gli studiosi hanno indicato, definito, enucleato con attenzione l’autonomia delle scelte di Chiara, la sua idea precisa su come le donne dovessero essere Minori. Sebbene la donna di Assisi insista continuamente sull’approvazione e il sostegno di Francesco a questa scelta, è ormai evidente che è tutta sua la fiducia ostinata nella possibilità di realizzarla, così come la definizione di una strategia per portare a termine il suo radicale progetto cristiano. Chiara voleva essere non solo Marta, ma anche Maria.
Questa strategia passa attraverso la scrittura. Ed è qui
che, a prescindere da un approccio di genere – di per sé ampiamente legittimo –,
Chiara mostra tutta la sua fibra di innovatrice se non di rivoluzionaria.
Mettiamola a confronto con Francesco.
A conclusione della votazione
sulla nuova legge elettorale l’on. Donzelli si è lasciato sfuggire una frase
rivelatrice: “Oggi nasce la Terza Repubblica”. Rivelatrice perché esplicita
l’intento nascosto del governo, che non è quello di governare l’Italia, ma di
cambiarla, nel suo impianto istituzionale e nel suo assetto culturale. Un
intento che si è manifestato già nella legge sulla magistratura (per fortuna
bloccata dal referendum), progettata nella legge sull’autonomia differenziata
(per fortuna differita) e per il momento attuata con la legge elettorale. Per
tacere di altri provvedimenti di contorno. Un intento che va nel senso di un sempre
più esteso autoritarismo in molti campi della vita politica e civile,
coerentemente con l’impronta ideologica sottesa al governo, o almeno in alcune
sue componenti significative
A questo intento non si sottrae
la legge elettorale, che viene giustificata con la necessità di dare stabilità
al governo. Una stabilità, però, che confligge drammaticamente con la
rappresentatività democratica che le elezioni devono assicurare. È una violazione di questa rappresentatività l’abnorme, per non
dire mostruoso, premio di maggioranza da attribuire: 70 seggi per la Camera dei
Deputati, 35 per il Senato. È stato osservato
che con questa attribuzione chi raggiunge il 42% dei voti ottiene il 56% dei
seggi: uno scarto del 14%! Questo scarto rende falso, e anche unpo’ ipocrita,
il proclama che viene fatto dalla maggioranza secondo cui con questa legge è il
popolo che sceglie da chi essere governato, e non i partiti con i loro ‘giochi
di palazzo’. Il popolo sceglie, sì, ma solo per l’eventuale 42% conseguito
nelle urne, non per il 14% aggiuntivo, che è invece determinato dal ‘gioco’ dei
partiti.
La notizia dei fatti di Lecce e della morte di Giuseppe Semeraro ebbe
larga eco in tutta la penisola italiana, suscitando
forte interesse, discussioni, dibattiti e reazioni diffuse nell’opinione
pubblica e sulla stampa nazionali,
principalmente tra gli studenti.
Gli studenti dell’Istituto Tecnico di Parma, cantando inni patriottici, si diressero in massa al Liceo Ginnasio per chiedere la sospensione delle lezioni in segno di protesta; a loro volta gli studenti del Liceo fecero altrettanto con gli studenti della Scuola Normale, delle Scuole Tecniche e dell’Istituto di Belle Arti istituti della città. Tutti insieme percorsero le vie principali della città cantando gli inni nazionale e di Garibaldi.
Nella giornata di lunedì furono sospese le lezioni in tutte le scuole di
Bari per permettere agli studenti di organizzare un corteo di protesta,
al termine del quale gli studenti inviarono i seguenti telegrammi:
Venerdì 16 Ottobre ritorna a tò Kalòn lo scrittore Ferdinando Scavran con un nuovo romanzo, “Cara”, scritto a quattro mani con la neo-scrittrice Alessandra Musca: una sorpresa ed un’operazione insolita e significativa, che sollecita curiosità e domande.
Non è, infatti, un caso se un collaudato narratore, come Scavran, con all’attivo circa una ventina romanzi pubblicati nell’arco di un quarantennio, tenti, per una storia carica di suspence e di sentimenti forti, una nuova dimensione di scrittura, per così dire, “condivisa” con una narratrice che «si cimenta per la prima volta nella scrittura di un romanzo», come la stessa Alessandra Musca dice di sé nella quarta di copertina.
Di cosa si tratta, allora? Di un inconsueto battesimo alla scrittura? Di una ricerca di novità stilistico-narrative che tengano vivo il dialogo con i lettori/lettrici? O di una sperimentazione nata da un interesse intellettuale per tematiche psico-sociali comune ai due autori e scoperto casualmente?
Niente di tutto ciò, perché, invece, a nostro avviso, Ferdinando Scavran e Alessandra Musca, scrivendo insieme, con pari dignità e pari merito, questo bel romanzo, hanno compiuto, un atto di reciproco riconoscimento e di empatia verso i lettori e le lettrici, hanno messo in gioco, come sempre accade agli scrittori, le rispettive esperienze e anche le rispettive vite per dare, ancora una volta, senso alla grande avventura umana, intima e collettiva, del raccontare storie e viverle inventandole e raccontandole.