Con Valentino De Luca per le storte vie di Lecce

di Maurizio Nocera

Quel giorno che mi telefonarono per dirmi che Valentino se n’era andato per altre vie dalle quali non si può più tornare, mi venne un nodo alla gola. Uscii di casa e mi orientai verso il solito luogo dei nostri incontri. Quello dove ci siamo incontrati negli ultimi dieci anni: la Tipografia del Commercio di Alberto Buttazzo, luogo meraviglioso, carico di storia, di odori e profumi tipografici, che ammaliavano entrambi.

Alberto Buttazzo, che conosceva bene Valentino sin dal periodo scolastico, ci aspettava tutte le sere. Valentino ritornava dalla sua passeggiata, proveniente da piazza Sant’Oronzo attraversando via dei Perroni, io invece arrivavo da Porta San Biagio. Con Alberto, che ci parlava delle cose accadute durante la giornata, vivevamo un momento d’incanto. Ci piaceva ascoltarlo. Poi, Valentino parlava dei suoi progetti, dei suoi desideri urbanistici per la città. Infine, quando gli argomenti si esaurivano, Alberto chiudeva la tipografia e noi due ritornavamo verso le nostre rispettive case, non molto distanti l’una dall’altra. A volte ci dividevamo sotto Porta San Biagio, altre invece, soprattutto dopo avere saputo della sua malattia, la separazione avveniva nei pressi dell’ex Collegio Argento (oggi Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”), sul trivio della rotatoria.

– Buonanotte Valentino. Riposa bene.

– Altrettanto Maurizio.

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Max Hamlet Sauvage

di AleVinx

A Maglie, presso la Galleria della Fondazione Capece, dal 13 al 31 agosto si è svolta la mostra dell’artista Max Hamlet Sauvage. Acrilici, acquerelli e disegni dell’artista originario di Gallipoli hanno animato l’esposizione “Pablo Picasso by Max Sauvage – Guernica e l’omaggio al cubismo”, patrocinata dalla Regione Puglia, dalla Provincia di Lecce, dalla Pro Loco “Avv. Luigi Puzzovio” e dal Comune di Maglie.

Con oltre 75 mostre personali all’attivo, allestite in diverse città d’Italia e in molti Paesi europei, Max Sauvage è considerato da gran parte della critica come uno dei più importanti rappresentanti del cosiddetto pop-surrealismo italiano.

Le opere di questo artista salentino possono essere considerate come vere e proprie finestre aperte su un universo parallelo, onirico e surreale, popolato da creature silenziose e “geneticamente” modificate che si presentano con corpi umani e teste di animali — molto simili, ad esempio, alle donne con testa di pellicano o d’oca del dipinto En visite di Alberto Savinio, o alla sposa-civetta de La vestizione della sposa di Max Ernst.

Gli ambienti in cui questi esseri ancestrali si muovono sono quelli tipici della ricca e opulenta borghesia. Gli innumerevoli acrilici e chine che, insieme alle sculture, compongono il corpus artistico di Sauvage hanno così per oggetto sontuosi party con sofisticate e annoiate signore circondate da uomini d’affari in smoking, pomeriggi in lussuose piscine con pin-up intente a prendere il sole sorseggiando un cocktail, ladies all’aeroporto in attesa di eleganti limousine, cene in raffinati ristoranti, allegre combriccole su isole esotiche, interni ed esterni di prestigiosi hotel.

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Le nozze contrastate di Francisco Ruiz de Castro, viceré ad interim di Napoli, con Lucrezia Gattinara Lignana, contessa di Castro e duchessa di Taurisano (parte prima)

di Roberto Orlando


Francisco Ruiz de Castro (da D. A. Parrino, Teatro eroico e politico dei governi de’ Viceré del Regno di Napoli, tomo II, per Francesco Ricciardo, Napoli, 1730, p. 26).

    Il Conti di Lemos (Galizia, Spagna), fino agli inizi del sec. XVII, avevano seguito una politica matrimoniale indirizzata sempre verso gli ambienti della Corte e dell’alta aristocrazia spagnole; infatti, nel corso della loro storia secolare, riuscirono ad imparentarsi con i casati più potenti ed influenti di quel regno, quali i Pimentel, i Trastámara, Andrade, Braganza, Chinchón, Sandoval, Rojas, Borja, Gelves, Lancastre, Mascarenhas, La Cueva, Mendoza, Portocarrero, Colón, Zuñiga, Centurion ed altri.

     Francisco Ruiz de Castro (1579-1637)[1], VIII Conte di Lemos, dopo la morte del fratello Pedro (1560-1622), viceré di Napoli, interruppe questa atavica tradizione, estendendo tale politica matrimoniale alla penisola italiana, nella quale già dalla metà del XVI secolo alcuni esponenti della casata galiziana avevano avuto importanti incarichi politici e di rappresentanza diplomatica: nel 1555, ad esempio, Fernando de Castro y Portugal (1505-1576), IV conte di Lemos e I marchese di Sarriá, fu nominato ambasciatore a Roma,  ed alcuni loro parenti si erano trasferiti dalla Spagna nel regno di Napoli, come, nel 1550, Carlos Taviel de Andrade, signore di Feria, Ufficiale di Marina in servizio  nella città partenopea.


Tanzio da Varallo (1575-1633), probabile ritratto di Lucrezia Gattinara Lignana (Milano, Pinacoteca di Brera). Tanzio da Varallo era uno dei pittori protetti da Francisco de Castro.

    Le nozze con Lucrezia Gattinara Lignana, che Francisco aveva conosciuto proprio durante i primi anni del suo soggiorno napoletano (1599-1603), furono celebrate secondo il rito cattolico nella capitale del viceregno, nel maggio del 1604 (ma alcune fonti letterarie spagnole e inglesi indicano il 1605 o il 1610), secondo le disposizioni del sovrano spagnolo, il quale aveva ordinato che il matrimonio venisse celebrato  dopo la fine del mandato di  Luogotenente generale del  Regno di Napoli,  pena  la  destituzione immediata da quell’incarico [2]. La celebrazione delle nozze avvenne, nonostante il diniego della madre di lui, la contessa di Lemos e viceregina di   Napoli, Catalina de Zuñiga Gomez de Sandoval Rojas y Borja (1555-1628), che per la delusione abbandonò Napoli e se ne tornò a Valladolid per assumere il compito di “Camerera Mayor” della regina Margherita d’Austria – Stiria (1584-1611) [3].

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L’illusione della neutralità. Fabrizio De André tra miti di pacificazione e impegno politico

di Gianluca Conte

Nelle dinamiche del dibattito pubblico contemporaneo, in particolare all’interno delle piattaforme digitali e dei social media, assistiamo sempre più di frequente a un fenomeno di rivendicazione paradossale: la pretesa «non appartenenza» di Fabrizio De André ad alcuna corrente politica o di pensiero. A prima vista, un’operazione del genere potrebbe sembrare mossa da buone intenzioni, quasi come il tentativo di preservare l’artista da strumentalizzazioni di parte o da becere appropriazioni di fazione. Tuttavia, a un’analisi socio-critica più attenta, emerge una realtà completamente diversa e assai più insidiosa. Ci troviamo di fronte a un meccanismo assai comune e consolidato nell’industria culturale moderna, ovvero la neutralizzazione del pensiero in nome di un’universalità annacquata. Quando un autore raggiunge la statura di un gigante e diviene «patrimonio nazionale», la tentazione diffusa è quella di smussarne le asperità, smontarne la carica contestatrice e piallarne le prese di posizione più scomode per renderlo commestibile a chiunque, indipendentemente dalla sensibilità etica o politica dell’ascoltatore.
Ridurre l’immensa opera artistica e letteraria di Fabrizio De André a un generico «patrimonio di tutti», cioè un contenitore neutro all’interno del quale ogni spettatore può sentirsi assolto e a proprio agio, significa fraintendere in modo radicale e fuorviante sia la sua poetica sia la sua stessa traiettoria esistenziale. Faber non è mai stato un «paciere» neutro; la sua arte è stata, fin dagli esordi e sino agli ultimi lavori, un campo di battaglia concettuale e umano.

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Antonio Prete, Il Cantico delle Creature. I Fioretti. Dittico francescano

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Canzone antica in quartine

di Antonio Prete

Ti cerco, amore di terra lontana,

per  boschi fitti, ma nella radura

sei vento, quando appari, e nube vana,

sei pioggia, grandine, sei luna oscura.

.

Ti cerco, donna d’altrove vestita,

nei porti d’Orïente, e sulla riva

sei riso d’onda, sei vela ferita

che ha serrato i miei sogni nella stiva.

.

Ti cerco, amore di ignota contrada

per villaggi e città, ma sei vapore

e fumo, ombra nebbiosa sei che vaga

e si disperde nel giorno incolore.

.     

Ti cerco, donna di niente fiorita,

nel buio dei pensieri, e sei respiro,

sei corpo e riso che guizza di vita,

sei velenoso profumo che aspiro.

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Margherita Kaiser-Parodi, pluridecorata eroina della C.R.I., unica donna sepolta a Redipuglia

di Rocco Orlando

     La crocerossina Margherita Kaiser-Parodi era figlia di Giuseppe Kaiser, imprenditore livornese di origini tedesche e di Maria Orlando, appartenente alla celebre dinastia di armatori e industriali della famiglia Orlando. Il padre, Giuseppe Kaiser, ottenne allo scoppio della prima guerra mondiale, l’italianizzazione del cognome, assumendo anche quello della nonna paterna, ovvero Parodi.

     Margherita era nata a Roma il 16 maggio 1897, nella città eterna frequentò gli studi e conseguì il diploma di licenza liceale nella primavera del 1915. Aveva una sorella di nome Olga, che presumibilmente era nata alla fine del 1898 o inizio del 1899.

     Allo scoppio della prima guerra mondiale, la madre Maria, Margherita, appena diciottenne, e la sorella Olga partirono insieme come infermiere volontarie della C.R.I. per prestare servizio negli ospedali di prima linea sul fronte friulano. Furono assegnate alle dipendenze della Terza Armata comandata dal duca d’Aosta Emanuele Filiberto e destinate presso l’Ospedale di Cividale del Friuli e  poi spostate presso l’ospedale mobile n. 2 di Pieris vicino a Gorizia.

     Per far parte delle Infermiere Volontarie della C.R.I., un corpo ausiliario delle Forze Armate, le allieve ricevevano una specifica preparazione teorico-pratica prima di essere inviate nelle zone di operazione.

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Inchiostri 189. Per Vincenzo Valente

di Antonio Devicienti

Immagino i suoi anni al Cairo, curiosissimo di ogni volto, di ogni voce, di ogni colore.

Giunto da una lontana provincia mediterranea, amò la gente del Cairo, ne imparò il dialetto, ne dipinse gli sguardi.

Occhi, bocche, increspature della pelle, gl’interessavano gli esseri umani, il loro stare mentre intorno s’intuisce il brusio della strada o del mercato, la prossimità del deserto.

Forse essere figli di una terra rossa e di sassi bianchi affioranti, di paesi che prendono luce da due mari, di cappelle in penombra attorcigliate di flora pietrificata educa a cercare mondi, a trovarli negli occhi di chi guarda il pittore mentre li dipinge.

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Scritti cittadini 4. Recinti musicali

di Gianluca Virgilio


In copertina: Franco Cuazzo, Captivus (1990).

[Pubblico qui i miei Scritti cittadini, apparsi su vari fogli locali dal 2003 al 2008 e riuniti in volume presso Santoro di Galatina nell’anno 2008]

Venerdì 27 luglio avevo appuntamento con i miei amici, come ogni sera,  in piazza San Pietro; un appuntamento solito e tacito, a cui, volendo, ciascuno di noi può sottrarsi, a seconda delle circostanze e secondo gli umori del momento o se ha di meglio da fare. E’ qui che ci vediamo per chiacchierare un po’, con la speranza di vincere così la calura estiva, sorbendo un gelato o una granita; è da qui che muoviamo a piedi verso la Chiesa di Santa Caterina o verso piazza Alighieri, per fare una passeggiata serale stando in compagnia, con la quale rendiamo un’estrema, forse un po’ patetica, testimonianza alla residua socialità che ci è concessa. Parliamo della situazione politica locale e nazionale, degli incendi dei boschi, di arte, del caldo estivo, immaginando, per quanto è possibile, scenari futuri più o meno apocalittici. Prima di mezzanotte ci salutiamo e andiamo a dormire, qualche volta contenti per una visione che si sia affacciata all’improvviso nei nostri discorsi, qualche volta storditi dalle nostre stesse chiacchiere.

Venerdì 27 luglio, dicevo, dopo cena, prendo lo scooter, con cui solitamente copro la distanza tra la periferia in cui abito e la piazza, e cerco di raggiungere i miei amici. Invano! Un traffico d’auto più che mai caotico mi imbottiglia in Corso Porta Luce, un traffico che non riesco a superare neppure a bordo dello scooter, col quale di norma mi muovo piuttosto agevolmente nelle strade cittadine. Arrivato nei pressi della pupa, alla mia destra vedo uno sbarramento, che neanche il G8 di Genova aveva reso più efficiente, una zona rossa invalicabile come fosse un limite militare, a sinistra una piccola folla ferma in un luogo dove di solito non sosta nessuno. Cerco un parcheggio per lo scooter, cioè non un parcheggio regolare, perché in città cose simili non esistono, e quindi lo scooter puoi parcheggiarlo sul marciapiede, sopra un’edicola, sul ramo di un albero, dovunque, ma non dentro strisce regolamentari; cerco un parcheggio, dicevo, non lo trovo, e sono costretto a lasciare lo scooter in piazza Fortunato Cesari, nello spazio riservato alle auto. Pazienza,  mi dico, farò quattro passi a piedi. Ma i miei amici, dove saranno?

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Calvizie

di Paolo Vincenti

(Photo by Rischgitz/Getty Images)

Ho un rapporto di amore e odio con i miei capelli. Odio, perché sono pochi, per via della calvizie, ed avrei tanto desiderato avere una chioma fluente per portarli lunghi fino a tarda età, come gli eroi del rock o del cinema amati nella mia vita. Invidio chi può permettersi di portare il ciuffo sulla fronte o la coda di cavallo annodata dietro la nuca. Amore, perché il fatto che siano radi li rende più comodi, non necessitano infatti di alcun trattamento particolare e posso, dopo averli lavati, lasciarli asciugare senza utilizzare il phone. Ho scritto e anche ampiamente ironizzato sulla mia calvizie[1] che si manifesta prepotente sulle tempie e nel centro della testa rendendomi “chierico” senza aver preso i voti. La mia tonsura è naturale e non imposta, come appunto ai monaci di alcuni ordini regolari. Nel Medioevo, il termine “chierico” indicava genericamente tutti coloro che appartenevano al clero, dal greco kleros, cioè parte scelta, in quanto separata dal laos, ossia il popolo. Da kleros, appunto clericos, in latino, e chierico in italiano, quindi religioso, e da laos, laico. Si potrebbe anche dire sacro e profano. Chierici erano i sacerdoti, che erano consacrati, ed i monaci, i quali non sempre prendevano i voti, tuttavia con la sostanziale differenza che i monaci seguivano una regola, da cui “clero regolare” (come i Francescani, i Domenicani, i Gesuti), e vivevano in convento, mentre i sacerdoti non seguivano una regola ed erano definiti “clero secolare”, poiché essi vivevano “nel secolo” ossia in mezzo alla gente, nella società civile.

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Un prezioso regalo alla città degli Imperiali: Vocabolario del dialetto di Francavilla Fontana di Garganese

di Gerardo Trisolino

«Un pòpulu / diventa pòviru e servu / quannu ci arròbbanu a lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri!» scriveva il poeta e cantastorie dialettale siciliano Ignazio Buttista. Nasce da questa consapevolezza il Vocabolario del dialetto di Francavilla Fontana di Enzo Garganese (Montanaro editore, pp. 660, euro 60), che raccoglie oltre 9000 lemmi, proverbi, motti, locuzioni, frasi idiomatiche, espressioni polirematiche.

Un prezioso regalo alla città degli Imperiali, una ricerca lessicale scrupolosa condotta con cura e competenza, che va oltre sia i repertori generali, come il famoso Vocabolario dei dialetti salentini  di Rohlfs in tre tomi (Congedo, 1976 e 2007), sia le pubblicazioni locali precedenti: da Nu gnuttu t’acqua. Dizionario di termini, usi, costumi del popolo di Francavilla Fontana di padre Carlo Spina (a cura di Maria Corvino Forleo, Schena, 2002) a Lu fusu. Lessico del dialetto di Francavilla Fontana di Giovanni A. Pozzessere (Ferrarelli & D’Andrea, 2008) e al meritorio Vocabolario di Nniccu Furcedda di Tommaso Urgesi (Cidue, 2017).

L’autore (classe 1944), per molto anni preside di scuole medie, ha pubblicato opere letterarie in lingua con Schena e Manni. Ma è anche un qualificato grecista e latinista, nonché uno studioso di lunga data del dialetto e del vernacolo francavillese (a suo tempo collaborò con Rohlfs).

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Le ultime lamentatrici

di Augusto Benemeglio

“Santa Rini Santu Ronzu

Santa Barbara nun dormire;

Veni cu llu Spiritu Santu

E ngucciame sutta allu tou mantu

Petto sto crovattaci-mu na ploso

Épesa me tin Vergine Maria

E Vergine Maria piste apù ‘ttu

Ce éfiche o Cristo ghià cumpagnia”…

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Antonio Stanca, Universum A-65


6-6-2005, olio su MDF, cm 80,2 X 80,2.
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Ipazia di Alessandria d’Egitto, filosofa e matematica

di Maurizio Nocera


Julius Kronberg, Hypatia, olio su tela, 1889.

In una riunione della redazione della rivista «L’Esopo» (1979-2012), in piazza Castello a Milano, il direttore dell’Aldus Club (Associazione Internazionale di Bibliofilia) Mario Scognamiglio (Napoli 1930 – Milano 2014) pose una domanda:

«Chi conosce la storia di Ipazia, la filosofa d’Alessandria d’Egitto?».

Scena muta, poi, a riunione chiusa, dissi a Mario che io conoscevo la vita di quella filosofa. Tornato a casa, scrissi quello che sapevo di Ipazia, glielo inviai con la speranza che l’articolo venisse pubblicato, però così non fu, perché la pubblicazione della rivista finì poco dopo.

Sappiamo che Ipazia d’Alessandria d’Egitto fu la più insigne filosofa dell’età classica, il cui ricordo è giunto fino a noi. Ella è conosciuta come filosofa matematica e ricercatrice delle ragioni della “diversalità” (parola, quest’ultima, non ancora ben definita all’interno del variegato mondo delle parole e delle loro etimologie; comunemente, alla parola “diversalità”, sin da tempi antichi, si è voluto contrapporre la parola “universalità”, l’UNO immanente. Al contrario con la parola “diversalità” si vuole intendere il mondo degli opposti speculari contrapposti (Eraclito): bene/male, alto/basso, brutto/bello, ecc.

Era il 2010, quando andai a vedere il film Agora (regia di Alejandro Amenábar, Spagna 2009) che, con la storia della vita di Ipazia d’Alessandria d’Egitto, mostrava iconicamente l’Inizio della Grande Fine e l’Inizio dell’Inizio della Luce. Il film narra la storia della filosofa più insigne dell’età classica, vissuta intorno al 370-415 d. C. Le sue convinzioni affondavano nel neoplatonismo e nel pitagorismo ma anche nella speculazione dei grandi matematici precedenti la sua epoca. Suo padre, Teone (335 ca. – 405 ca.) d’Alessandria d’Egitto, città fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a. C., era un grande matematico, ma era anche filosofo ed astronomo. Curò la prima edizione greca de Gli elementi (fondamento della matematica e della geometria) scritti da Euclide (IV secolo a. C. – III secolo a. C.) e alcune altre opere di Claudio Tolomeo (Pelusio, 100 d. C. – Alessandria d’Egitto, 168 ca.), in particolare il commento all’Almagesto (trattato astronomico-matematico scritto intorno al 150 d. C.) così pure le Tavole manuali (Cosmografia tolemaica). 

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Tiggiano: tra storia e cultura. Per ricordare Bianca Paris – Tiggiano, 5 settembre 2026

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Inchiostri 188. Per Giuseppe Casciaro

di Antonio Devicienti

Mi piace pensare che si tratti di un raddoppio di vita: guardare Castro Marina e serbare per sé l’esperienza della luce sulla scogliera e sul mare, o, invece, restituirla con i pastelli affinché il proprio sguardo diventi, anche, lo sguardo d’altri.

Mi piace immaginare Casciaro che sceglie un affaccio dalla scogliera sull’Adriatico, apre un grande ombrello per proteggersi dal sole (durerà ore il lavoro), aprire la scatola dei pastelli, cominciare a dipingere mentre Castro Marina laggiù, lontana eppur prossima alla mente, splende.

Avrà avuto con sé pane e formaggio, un bottiglione di vino (rosso, forte), nel polso e nelle falangi della mano occhi e occhi per disegnare e dipingere Castro Marina, il tempo sedimentato negli scogli bianchi, il tempo sedimentato di Salentino che guarda Castro Marina, terra (almeno questa, forse) senza rimorsi.  

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Gramsci e dintorni 8. Gramscismo inconscio nel meridionalismo di Antonio De Viti De Marco

di Giuseppe Virgilio

Alla fine del secolo scorso all’interno del dibattito culturale tra scienze economiche, Antonio De Viti De Marco è un esponente di primo piano. Magna pars de “Il Giornale degli economisti”, diretto allora da Ugo Mazzola, egli è l’alfiere della polemica antiprotezionista, la quale in quegli anni è diventata il terreno ideologico comune dell’opposizione, oltre ad essere un programma di azione politica generale, all’interno del quale il problema del Mezzogiorno ha un ruolo di grande importanza. Al De Viti non sfugge che le contraddizioni dello sviluppo capitalistico hanno traversato la vita unitaria del nostro Stato sin dal suo inizio. La sua dottrina antiprotezionista perciò germina dalla constatazione che la rivoluzione industriale, segnando una frattura tra Nord e Sud all’interno del paese e creando le condizioni di una ulteriore concentrazione ed accumulazione di investimenti e di capitali dove la produzione ha ritmi più accelerati, cioè al Nord, finisce col generare dei limiti per la stessa industria in quanto le sottrae il mercato dei consumatori del Mezzogiorno, sempre più indebolito e spossato dalla pressione fiscale, dalla sperequazione tributaria e dal saccheggio monetario.

Teniamo presente che due tendenze dottrinarie emergono sin dal 1887 ne “Il Giornale degli economisti”: 1) una tendenza radicale che mira a rompere il rapporto tra operai ed industriali, insieme interessati al mantenimento dei privilegi e del parassitismo protezionistico; 2) una tendenza conservatrice che è volta, invece, ad imprimere impulsi nuovi allo sviluppo capitalistico, conciliando su basi più democratiche gli interessi dei produttori e quelli dei consumatori, i bisogni dell’agricoltura e quelli dell’industria. L’ esponente più rappresentativo di questa seconda tendenza è proprio Antonio De Viti De Marco per il quale, però, essa può successo a d una sola condizione: che il partito socialista diventi il partito dei consumatori. Al declinare del secolo De Viti è ben introdotto nella cerchia degli intellettuali che contano, Il 1° giugno 1898 è apparso in “Giornale degli economisti” il suo scritto Cause e riforme che ha riattualizzato nella cultura ita liana progressista la questione meridionale. Antonio Labriola ne ha segnalato l’importanza del contenuto a Benedetto Croce, invitandolo ad associarsi al periodico.

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Salvatore Brunetti (1820-1880), patriota quarantottista e poeta improvvisatore idruntino

di Roberto Orlando

    

     La cosiddetta poesia improvvisata, estemporanea, istintiva è un fenomeno diffuso da tempi immemori in tutte le aree del mondo. Che venisse usata per mantenere viva la memoria di eventi epici passati, per ricordare una genealogia o per allietare i momenti di festa con delle gare poetiche, quel che è certo è che si tratta di un aspetto della vita sociale a cui nessun popolo ha mai rinunciato.

     La poesia improvvisata ha conosciuto il massimo splendore in Italia nel periodo rinascimentale con temi prevalentemente arcadici; nei secoli XVIII e XIX si connotò come accademica e patriottica, assumendo anche una singolare importanza letteraria e sociale. Principalmente nel XIX secolo tale genere di poesia si caratterizzò con un vasto repertorio sentimentale, una concezione romantica del poetare. Un gran numero di poeti improvvisatori si esibiva nei salotti borghesi e nei teatri della penisola, proponendo temi convenzionali o ispirati alle passioni, agli avvenimenti risorgimentali dell’epoca, spesso accompagnandosi con la musica.

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Salentudine di Nadia Cavalera

di Gerardo Trisolino

 La toponomastica del Salento è in ordine rigorosamente alfabetico nei nonsense di Salentudine (Marsilio, 2004) della “Galatea”, pseudonimo prediletto di Nadia Cavalera.

Da «nu tata ti Acquarica» a «nu tampagnu ti Miscianu» a «na formicula ti Zullinu»: la rassegna della geografia lirica e onirica, giocosa e ironica della Cavalera attraversa tutto il Tacco, dando un’anima perfino alle cose inanimate («na bbàscula ti Castrignano ti lu Capu», «nu traìnu ti Minervinu», «na fòkara ti Taurisano», «nu rsulu ti Veje»).
Salentudine è lo specchio di una intellettuale vulcanica e stravagante, nel senso etimologico del termine. Non è senza ragione che il lungo e sperticato sperimentalismo della poetessa di Galatone (la sua prima raccolta Amsirutuf: enimma risale al 1988, nelle edizioni Tam Tam), quel suo “superrealismo allegorico”, abbia fatto il giro del mondo (ospitandone il lessico) per approdare infine (ma senza tuffi nostalgici) alla subregione natìa, alle prese con il “grado zero della scrittura” rappresentato dal dialetto. Un itinerario tutto votato a travolgere e stravolgere i luoghi comuni, la banalità della scrittura, l’uniformità del ritmo e dello stile, i topoi della lirica cortese e a inventare nuovi linguaggi, seguendo gli influssi della neoavanguardia (si veda, in particolare, Vita novissima del ’92).

Nel suo centralissimo appartamento modenese, in una fugace e improvvisa visita che le feci nel maggio dell’anno scorso, mi colpirono le icone naturali del Salento esposte come opere d’arte: ceppi di vite, tronchi d’ulivi, sterpi, pietre, terra rossa.
«Se parlare della ricerca e della sperimentazione del nuovo, nella prospettiva di un discorso di avanguardia ha ancora, oggi, un senso, allora il punto di riferimento ha da essere un’opera come Brogliasso» scriveva Barberi Squarotti nella sua testimonianza critica a quell’opera pluristratificata e a double face uscita nel ’96.

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Andromeda

di Antonio Prete


Andromeda, incatenata a una roccia, è liberata da Perseo. Dipinto di Gustave Moreau (1826-1898).

Notte di fine settembre. Ecco, in alto,

sopra gli alberi, guardando verso est, 

passato appena il quadrato di Pegaso,

Andromeda, principessa galassia

che s’infiora con miriadi di stelle.

Batuffolo nebbioso, crocevia

d’infinito. L’ incerto palpitare

d’un punto è la distesa sconfinata

di sostanze stellari. Qui un ciuffo

d’erba sfiora le caviglie. E una voce

chiama la bimba che corre sul prato,

seguita a passi lenti  dal suo gatto.

.

Rivedo, sotto il brillio nebuloso

della via lattea, un lontano cammino

di amici. Vaghe le nostre ombre in mezzo

alle ombre degli ulivi, non lontano

il mare, il suo rumore. C’era come

un soffio astrale tra noi, nei pensieri.

Dietro, una voce, quasi recitando

un antico versetto, “stanno –disse-

stanno in un unico silenzio il battito

del cuore e il tremolare della stella”.

.

O fu il vento a bisbigliare parole?

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